Convegno ecclesiale
 

carattere piccolo carattere normale carattere grande

Abita la terra e vivi con fede

Testimoniamo e annunciamo l'amore di Dio per l'uomo



Dal Convegno attendiamo...

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pubblicato luned́ 5 marzo 2012



Il Convegno ecclesiale diocesano giunge alla fase clou degli incontri per la condivisione di valutazioni, proposte, energie sul tema prescelto "Abita la terra e vivi con fede". È una tappa importante che si aggiunge alla storia recente della Chiesa locale, come spiega il vescovo emerito monsignor Poletto ricordando gli anni in cui era vicario generale in diocesi.

Alla vigilia degli appuntamenti vittoriesi del Convegno, ecco alcune voci di persone e categorie che "abitano" questa terra e, in vario modo, sono interessate dal cammino di comunione e dagli esiti che questo speciale evento di Chiesa potrà sortire: un rappresentante degli immigrati che vivono nel nostro territorio; una persona con alle spalle un matrimonio "rotto"; dei ragazzini che con la loro semplicità osservano le comunità parrocchiali di cui fanno parte; la realtà degli anziani e dei malati, raccontata dai volontari che sono in contatto con loro; una voce del mondo della cultura.

Per gli oltre 700 partecipanti al Convegno è un piccolo stimolo a tener conto, nel definire i modi per "testimoniare e annunciare l'amore di Dio per l'uomo", dei punti di vista e delle attese delle diverse categorie di persone e credenti che abitano questa terra.

 

Una nuova possibilità

La nascita del primo figlio mi ha portato, dopo anni, a suonare al campanello della canonica. Con la mia compagna abbiamo scelto di chiedere, per il piccolo, il battesimo. Un passo quasi scontato per alcuni. Ma non per noi. Perché siamo "irregolari". Il mio matrimonio, infatti, è naufragato e dopo anni di tormenti ho ricostruito una famiglia. Vivo insieme a una nuova compagna ma non possiamo sposarci in chiesa.

Bisogna averlo vissuto un divorzio per comprendere quale lacerante evento sia per una persona. Ancor di più se gli sposi in questione sono credenti. È forse il più pesante dei fallimenti, tutto quello in cui hai creduto e per cui hai vissuto viene messo in dubbio. Entri in uno stato di crisi di identità, anche religiosa. E questo mentre la persona che per anni è stata un punto di riferimento e con la quale avevi immaginato il futuro "finché morte non vi separi" si allontana irrimediabilmente da te.

Quando è successo penso di aver provato lo stesso sentimento di chi scopre di avere un cancro: perché proprio a me? E non trovi risposta. Ti pare di vivere in un incubo, che tutto quello che sta succedendo sia irreale, talmente è assurdo. Invece è dolorosamente e tangibilmente vero. Vorresti, come uomo e cristiano, porre rimedio e riconciliarti con l'ormai ex coniuge. Ma è impossibile. Arrivo a dire che il divorzio può segnare una persona come o più del decesso di un familiare caro. E ci si ritrova soli con il proprio dolore.

Penso sia inevitabile "cambiare giro" perché non hai nessuna voglia di raccontare cosa è successo: ogni volta la ferita si riapre.

Capisco la posizione della Chiesa sul divorzio, è giusto che lo condanni. Ma rispetto ai divorziati, sogno una Chiesa che aiuti a sanare le ferite e offra una nuova possibilità. Penso che l'uomo non coincida col suo peccato, ma con le sue possibilità di bene. E che il perdono più di un colpo di spugna sul passato sia un colpo di vento nelle vele, per il mare futuro.

Alberto

 

Più dialogo

La Chiesa diocesana vuole meglio capire quanto si muove nella società contemporanea e individuare strade nuove per comunicare il Vangelo. Tra le realtà con le quali approfondire un dialogo vi è quella culturale. Come potrebbe svilupparsi il confronto per essere fecondo in tale contesto? Abbiamo rivolto la domanda a Luciano Caniato (nella foto), coneglianese, personaggio di spicco del mondo culturale locale.

«Da troppo tempo - spiega Caniato - il mondo laico cui appartengo e il mondo religioso non si parlano. Ignoranza, paura, pregiudizio li tengono distanti, mentre la società e i singoli in essa precipitano in derive prive di futuro.

L'emergenza chiede di trovare un terreno comune sul quale uomini di buona volontà ricomincino ad ascoltarsi senza considerare l'altro un nemico. In questo momento interrogarsi e ascoltare sono le uniche attività convenienti. Trovare tempi, luoghi e persone adatti a favorire l'incontro sembra la via maestra. Un Cortile dei gentili?

Assistiamo con sofferenza alla situazione dell'uomo contemporaneo, contenitore vuoto che tenta di superare l'assenza di sentimenti, emozioni, relazioni e valori. Qualsiasi proposta di intervento culturale e/o religioso resta vana senza un intervento di pre-educazione che prepari il terreno e lo sgombri dai sassi e dai rovi.

Mi sembra poco produttivo che ciascuno si rivolga al proprio pubblico: laici ai laici, religiosi ai religiosi. Serve un intervento per l'uomo».

 

I preti tornino tra la gente!

E un immigrato come vede la Chiesa locale? Quali aspettative ha nei confronti delle parrocchie e dei credenti?

Abbiamo interpellato Thiam Massamba, 50 anni, di origini senegalesi, residente a Conegliano da oltre vent'anni, impegnato da sempre nel favorire l'integrazione degli immigrati, vincitore del Premio Civilitas nel 2010.

E lui risponde subito, senza esitazioni, chiedendo «una condivisione piena della fede». Richiesta che suona strana, fatta da un non cattolico, un musulmano. «Certo - spiega Massamba -, perché tutto quello che davvero conta oggi, certi valori che sono alla base dell'esistenza umana, lo possiamo avere soltanto attraverso la religione. Solo il credere richiama le persone, l'uomo alla vera realtà, alla vera concretezza di una convivenza, a partire dalla fede. Se uno non parte dalla fede fatica a capire cosa vuol dire trattare il suo prossimo considerandolo come se stesso. L'unica soluzione per il mondo d'oggi è un dialogo interreligioso: solo così si riuscirà a dire alle persone "Fermatevi"».

Massamba, poi, ammette una simpatia per il mondo delle parrocchie: «Mi piacciono assai. Anche se sono musulmano le frequento volentieri. E interagisco volentieri con i preti. Perché le parrocchie sono l'unico posto in Italia dove vai e trovi una verità, dove puoi parlare serenamente perché sai che queste persone ti ascolteranno e terranno in considerazione le tue parole. Se in Italia si parla di integrazione degli immigrati è grazie alla Chiesa cattolica: fin dall'inizio ci hanno sempre assistito, ci hanno dato accoglienza, hanno diviso il pane e il vino con noi. Tutto questo è un insegnamento di Dio. E tutt'oggi lo stanno facendo, come per il recente caso dei profughi della Libia che nessuno voleva. Dappertutto in Italia puoi trovare una chiesa, un parroco attento ad aiutare i più deboli, a dar e il consiglio giusto».

Su quali cambiamenti sono auspicabili dentro la Chiesa, Thiam ha un'idea chiara: «Penso che i parroci dovrebbero tornare a fare come una volta: andare a trovare le famiglie nelle case, parlare con loro, mangiare con loro. Oggi i ragazzi, i giovani conoscono i preti solo andando in chiesa la domenica, in chiesa, o a Pasqua o a Natale, perché non hanno più il prete che li va a trovare a casa, ridendo e scherzando insieme, ma facendo passare così i messaggi del Signore. Così il ruolo del prete è dimezzato... Oggi si parla tanto di solitudine, ma ciò accade perché manca il rapporto, ci si saluta appena. Non c'è più vita comunitaria!».

 

C'è bisogno di relazioni

Giustamente, nella preparazione dei convegni ecclesiali diocesano e di Aquileia, si è posta in evidenza la centralità delle relazioni e della loro cura attraverso l'ascolto, la gratuità, la condivisione. «Ma nel vissuto quotidiano noi, preti e laici, comunità cristiane, come viviamo le relazioni? - si chiede Dante Dal Cin, già presidente diocesano dell'AC e oggi impegnato nell'associazione Fiorot -. La risposta più frequente è: "Non ho tempo" oppure: "La comunità delega alcune persone per queste cose". Una persona che sta elaborando un grave lutto per la perdita di un proprio caro, mi diceva: "La mia comunità non esiste più. Dopo una grande partecipazione iniziale di qualche settimana, fatta di vicinanza, visite e telefonate, tutto è finito. Vivo nel mio dolore, cerco di evitare le persone per... non metterle in imbarazzo. A volte mi chiedo: che senso hanno la mia fede, la nostra fede, le nostre celebrazioni, i nostri incontri formativi?". E i nostri malati, anziani, disabili che vivono ore ed ore nel "vuoto di relazione" a casa, in ospedale o in casa di riposo che cosa ci diranno? Sono contenti delle nostre relazioni? È in queste situazioni che bisogna esserci. Far sentire la propria presenza e la propria disponibilità in modo non invasivo; quasi sempre sono le parole del silenzio e la vicinanza affettuosa ad assumere valore di conforto».

Gabriele Stella di Soligo quindici anni fa è diventato ministro straordinario della Comunione. Da allora ogni domenica, puntualmente dopo la messa delle 8.30 inizia la visita, in casa, di anziani e malati. Ne segue nove e ogni domenica ne incontra tre o quattro. Porta loro "il Signore" - così gli anziani chiamano l'Eucaristia - e un po' di calore umano. «La mia visita è molto attesa - racconta -. Incontro persone che hanno un grande bisogno di essere ascoltate (infatti termino il mio "giro" sempre alle 11.30) e di sentire una parola di conforto. Porto loro il foglietto parrocchiale, perché ci tengono a sapere cosa succede in parrocchia. Esprimono anche il desiderio di incontrare il parroco, specie per confessarsi». Ci fosse qualche altro ministro, il servizio potrebbe essere più frequente e arrivare a un maggior numero di persone: «Incontrare di tanto in tanto qualcuno disponibile all'ascolto è davvero motivo di gioia per chi non può più uscire di casa», conclude Gabriele.

 

Messe più vivaci

E i nostri ragazzi come vivono la fede? Cosa cambierebbero della messa, del catechismo, nella loro parrocchia?

Siamo andati a chiederlo direttamente ad un gruppetto di loro, martedì pomeriggio, mentre erano a catechismo, in parrocchia a Costa di Vittorio Veneto. E questi ragazzini di prima media dagli occhi vispi accettano volentieri di spiegare il loro punto di vista sulla loro religione, sorprendendoci un poco per la convinzione delle loro parole. Perché raccontano di andare volentieri a messa la domenica. Così come al catechismo: «Perché impariamo cose nuove che a scuola non si fanno»; oppure «Perché si conosce la storia di Gesù e dei santi». E pressoché tutti a casa pregano almeno una volta al giorno, insieme ai genitori.

Alla domanda "cosa cambiereste voi della messa?" si accende la loro fantasia: «Farei leggere le letture a dei bambini, perché così si capirebbero di più» dice una. «Sarebbe bello che cantassero anche i bambini» è la proposta di un altro, con l'aggiunta di un altro ancora: «Si potrebbero cambiare i canti. E vivacizzare la messa con tanti strumenti musicali». «Mi piacerebbe la chiesa tutta rivestita d'oro». «Bisognerebbe fare in modo che partecipassero di più i giovani, perché in chiesa ci sono tanti adulti». Ma perché i vostri amichetti non vengono a messa? «Perché pensano di annoiarsi». «Perché è troppo lunga». «Perché preferiscono stare a letto a dormire». E lasciano intendere che un poco condividono queste osservazioni, anche se loro alla messa alla fine ci vanno. E volentieri, fanno capire. Infatti, riguardo a quel che piace loro della messa domenicale hanno risposte convinte: «Mi piace il momento dell'eucarestia»; «Mi piace la connessione con D io». «Mi piace fare la chierichetta, perché così capisco bene le varie parti della messa». Anche se guardandosi nei banchi intorno, qualche perplessità sorge in qualcuno di loro: «A me certa gente a messa sembra un po' triste. Alcuni sono distratti, sembra che stiano pensando ad altro».

E il partecipare alla messa, credere in Dio, cosa cambia per voi? Anche qui, risposte frizzanti, schiette: «Mi sento realizzato, meno stressato, più libero». «È come un momento di pausa, di stacco dal resto della vita». «Mi sento più calma, serena». «Credere in Dio mi rende felice». «È un aiuto in più, specialmente quando le cose non vanno tanto bene, come adesso che c'è crisi».

Al Convegno diocesano, nel confronto sulle prospettive della Chiesa locale, è bello immaginare che il loro punto di vista sia considerato.

Franco Pozzebon

 

 

(da L'Azione, del 4/3/2012)






 
 
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