Pastorale Sociale
 

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L'omelia di mons. Mondello a conclusione della Settimana Sociale Nazionale 2010

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pubblicato martedì 4 gennaio 2011



46.ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani
Basilica Cattedrale di Reggio Calabria
17 Ottobre 2010, Domenica XXIX T.O.


Carissimi,

in questa Basilica Cattedrale nell'imminenza dell'inizio di questa Settimana Sociale ci siamo radunati in tanti per una Veglia di preghiera; in questa stessa Basilica - nell'imminenza della chiusura della stessa Settimana - ci ritroviamo immersi dentro l'esperienza della preghiera.

La preghiera all'inizio e alla fine; è la preghiera, dentro ognuna delle tappe di questo storico appuntamento dei Cattolici italiani, che ha - per così dire - fasciato l'intera Settimana.

Ed ora, i testi liturgici di questa Divina Liturgia non fanno che ricordarci l'assoluta necessità della preghiera. La parabola creata da Gesù per i suoi discepoli è sulla "necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai".

Quasi per dirci che tutto quello che lungo questi giorni è stato offerto, le forti riflessioni consegnate alla coscienza di tutti, le domande che attendono risposta, le proposte decisive che stanno per essere offerte all'intero Paese, acquistano il loro senso e la loro efficacia dentro il grido e il silenzio che diventano preghiera, dentro quella suggestiva icona delle mani alzate dell'eterno orante.

"Ti invoco, mio Dio, dammi risposta... Rivolgi a me l'orecchio e ascolta la mia preghiera".


L'invito di Paolo di Tarso

E così facciamo, perché così ci insegnano a fare le Sacre Scritture. Quelle Scritture - hierà gràmmata - dentro le quali Paolo di Tarso oggi, nel brano della sua seconda Lettera a Timoteo, ci esorta a rimanere saldi; a "riviverle" arricchite, dai giorni dell'infanzia fino ad oggi, di un continuo riferirsi ad esse e approfondirle: perché lì si trova il fondamento della vita cristiana e la speranza della salvezza.

E vi si trova perché - annuncia l'apostolo - tutta la Scrittura "theòpneustos", è "ispirata" da Dio; ed è utile - guardate un po', fratelli miei, come questo brano legge la nostra Settimana Sociale! - è utile "per insegnare, convincere, correggere, educare nella giustizia"... per prepararci ad "ogni opera buona".

E Paolo esorta Timoteo - e con lui ognuno dei credenti, ognuno dei Cattolici italiani di questa meravigliosa Settimana - ad annunciare la Parola, insistere, ammonire, rimproverare, esortare. Cioè, testimoniare. E - le altre Letture sacre di oggi aggiungono - "pregare".

E soprattutto su questo, fratelli carissimi, che desidero offrirvi qualche spunto di meditazione.


L'icona delle mani di Mosè

Il testo dell'Esodo della prima Lettura di questa XXIX Domenica per annum presenta il fuoco della Parola, che diventa vita, attorno a due grandi scenari, così diversi l'uno dall'altro, così legati l'un all'altro: da una parte lo scenario di un campo di battaglia, dove Giosuè con i soldati di Israele lotta contro Amalék, il nemico; dall'altra, lo scenario della cima di un colle, dove di solito poneva la sua postazione il comandante dell'esercito, per riuscire a controllare meglio l'insieme; stavolta sulla cima di un colle c'è, non il comandante, ma l'orante: Mosè, con il bastone di Dio e le mani alzate!

E ci viene suggestivamente comunicato che il primo scenario è indissolubilmente legato al secondo: l'esito della battaglia è in stretto rapporto con la forza e la costanza della preghiera.

Alla fine apparirà chiaro che il reale vincitore della battaglia non è Giosuè, il guerriero, ma Mosè, l'orante.

Nell'intero brano non viene nominato per nulla Iavhé, anche se Egli c'è dentro ogni parola: Egli è l'Assente-Presente, di cui le mani alzate dell'orante non sono che il segno sacramentale, il simbolo del divino silenzio che parla e della divina parola che tace.

Ed è straordinariamente bella e consolante la piccola immensa notizia che una riga del testo ci regala: le braccia di Mosè si appesantiscono; l'orante è una persona umana fasciata dalla debolezza; ed è necessario l'aiuto degli altri, il sostegno diremmo della comunità intera, perché la preghiera di un fratello diventi perenne.

Un brano, questo dell'Esodo, che mentre narra un evento incarnato nella storia di Israele, nasconde e svela insieme ogni pagina della storia umana; della storia della nostra Calabria e della nostra Italia.

Le pagine del perenne conflitto con il male che cambia volto, l'Amalék di ogni pagina nuova della storia: e l'inesorabile certezza che ogni ostacolo al bene - al progresso, alla giustizia, alla legalità, al cammino delle idee... - mentre deve essere combattuto dalla società con i mezzi che le sono propri, appellandosi alla Costituzione e alla leggi della civile convivenza, troverà la sua sicura sconfitta solo se - in cima al colle del silenzio - gli oranti, che si alternano, avranno la forza di levare le mani nella gioia della perenne preghiera.


L'insistenza di una vedova

La parabola della vedova e del giudice disonesto, che risale sicuramente a Gesù, esprime anche il contesto di una chiesa - quella del tempo di Luca - che soffre l'apparente assenza di Dio e con impazienza attende la consolazione della parusìa.

Due personaggi della vita reale, un giudice e una vedova: la chiusura verso Dio e verso gli altri del primo; e l'insistenza, tipica di chi ha bisogno, della seconda.

E l'applicazione che ne fa Gesù, con l'argomento così detto "a fortiori", tipico del mondo israelita: se il giudice disonesto alla fine ascolta la vedova che insiste, Dio non ascolterà forse l'orante che persiste?

Insistere. L''insistenza è l'arma del povero.

Il ricco, il potente, non ha bisogno di ripetere due volte le cose: trova subito chi gli dà ascolto, anche perché un ritardo, una dimenticanza potrebbero costare cari a chi ascolta.

Il povero è colui che può attendere, le cui domande vengono poste sotto le altre, è quello che tutti, mentre sono in fila, sorpassano senza vergogna. È colui - di solito si dice - che non ha santi in paradiso. Ma non è un imbelle. Il suo dolore gli dà il coraggio di osare. La sua abitudine al sacrificio gli dà la perseveranza di tornare per mille mattine alla stessa porta. Avvezzo ai rimbrotti, alle male parole, sa sopportarle, pur di giungere a trovare risposta alle sue urgenze.


La domanda

Ma c'è una domanda: "Fino a quando?".

Il grande problema è proprio quello del tempo dell'attesa. Riuscirà il povero ad insistere? Continuerà ad avere il coraggio di fare ogni giorno la fila? Fino a quando?

Quanto dovrà essere lungo il krònos, perché si affacci il kairòs di Dio?

La risposta è contenuta, miei cari fratelli, in una domanda inquietante di Gesù: davvero, in un certo senso, la domanda delle domande.

Perché, di domande è tanto ricco il dialogo di Gesù con la gente lungo le tappe della sua vita pubblica. Ma, quella di oggi, fratelli miei, al di là delle interpretazioni degli esegeti, mozza il fiato.

È la domanda avvolta da un velo di tristezza: "Quando tornerò, troverò ancora fede sulla terra?".

Gesù non chiede se, quando tornerà, ci saranno ancora la chiesa, l'organizzazione, gli istituti teologici, le associazioni, i gruppi, le opere parrocchiali, i musei diocesani, l'otto per mille... Ma chiede: "Ci sarà ancora la fede?".

La domanda di Gesù, che sfiora un sentimento di angoscia, nasce dalla sua profezia, che vede già da allora come il nostro molteplice impegno lungo tante frontiere è spesso senza fede, la nostra preghiera è senza fede, la lotta per un mondo diverso è senza fede.

Forse, per riuscire a capire se, al suo ritorno, Gesù Cristo troverà la fede, dobbiamo avere l'umiltà e il coraggio di diventare discepoli di questa povera vedova del Vangelo. Imparare da lei.


Il coraggio

Perché è vero: davanti al grido della vedova importuna, che chiede giustizia, simbolo del grido dell'oppresso di tutti i tempi, la fede vacilla. Come può - ci chiediamo - come può Dio permettere la sofferenza dell'innocente, i delitti più assurdi, le guerre più atroci, le malattie più disumane...?

Sotto, nel profondo, ci sarà una risposta, ma non riusciamo a percepirla. E rimaniamo con il nostro silenzio. Abitato dal dubbio. Avvolto nel dolore. Perché?

Nemmeno oggi Gesù dà risposte a queste domande. Ma, ci dice che bisogna avere il coraggio. Il coraggio della fede. Di una fede che diventa preghiera.

Nella lotta della vita, bisogna "osare" la preghiera. Che diventa, non un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare.

"Dammi uno che ami, e capirà" scrive sant'Agostino. Pregare, infatti, non è "dire preghiere". Pregare è come "volere bene". E se vuoi bene a qualcuno, è "notte e giorno", è un "grido continuo"; è uno "stato del cuore". Non ti stanchi.

Quando la preghiera stanca, non è preghiera.

Racconta Tommaso da Celano che S. Francesco alla fine non pregava più perché, scrive, "era diventato preghiera".

Un monaco ad uno, che gli parlava delle difficoltà della fede, commentò così una notizia del Vangelo: "Quando Gesù entrò a Gerusalemme, c'era chi applaudiva, chi stendeva i mantelli, chi saliva sugli alberi a guardare, chi correva avanti e indietro.... E poi c'era un asino, che faticava più di tutti, sentiva il peso della salita e del corpo di Gesù. Ma non c'era nessuno più vicino di lui a Gesù".

Così a volte è il mistero della fede.

Quando senti di più il peso della vita e il peso del silenzio di Dio, allora sei più vicino a lui. Nel mistero dell'amore tu "porti" Lui ed egli "porta" te.


Conclusione

Fratelli carissimi, la mia speranza è che possiamo avere sempre presente l'esperienza di questa donna, la vedova della parabola: non ha nulla da regalare.

È povera come la speranza, senza difesa come l'innocenza. Ma ha una forza che vince: la fede nella giustizia, al di là del giudice disonesto.

Una vedova, che - paradossalmente - mi sembra possa diventare l'icona di quella Calabria onesta e di quella Italia pulita, che si trovano spesso dinanzi alle ingiustizie e ai ritardi di un mondo di poteri senza limiti e forse senza volto. La forza del credente è in una fede forte e semplice come quella della vedova; una fede, che ti porta ad andare e ritornare; e poi ancora andare e ritornare dal Signore, perché ami anche il suo silenzio; e sai che, se parla, è per amore; e, se tace, è ancora per amore.

Ci accorgeremo così che Dio ha sete della nostra sete.

Il suo più grande desiderio è che noi abbiamo il desiderio di lui.

Come lo ebbe la Madre.

La Madre sua e nostra, qui a Reggio venerata come Madre della Consolazione. Quella Madre che un giorno disse ed oggi ci ripete: "Fate tutto quello che Egli vi dirà".

Per questo, "osare" la preghiera - con le mani levate in alto dalla fede - è il segno della nostra ricerca di Lui, la sete di Dio; ma anche il bisogno della tenerezza di Lei, la carezza della Madre.


Amen. Così sia. Così è!

S.E. mons. Vittorio Mondello


Arcivescovo Metropolita
Presidente C.E.C.




 
 
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