Maestro, non ti importa che moriamo?
Dopo aver portato a compimento le grandi solennità, riprendiamo il cammino dell’anno liturgico dalla domenica XII del tempo ordinario.
Ci soffermiamo esclusivamente sul Vangelo di Marco che fa da guida dell’Anno B. E ne evidenziamo alcune espressioni che parlano anche al nostro oggi.
Gesù sta attraversando il lago di Tiberiade con i suoi discepoli, ma “Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento“. Dunque la presenza di Gesù non è una polizza che tiene lontane le tempeste della vita. Ogni credente vive dentro la storia e ne assume tutti i travagli. Non gli viene risparmiato nulla. Anche lui è in balia delle tempeste. È a rischio.
Non solo. In certi momenti ha l’impressione di essere proprio abbandonato alla deriva. Precisa Marco: “Gesù se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva“. Certo Lui poteva anche dormire. Ne aveva il diritto. Era davvero stanco. Ed essendo anche Dio, nulla poteva fargli paura. Ma che effetto ha prodotto nell’animo dei discepoli, più sconvolto del mare in tempesta, quel suo dormire, mentre la barca era in procinto di colare a picco? Sembra un Gesù un po’ distratto. Al limite, incurante. Indifferente alla sorte degli altri. Persino dei discepoli che Lui si era scelti. Che avevano lasciato tutto per Lui! E adesso Lui li abbandona al loro destino? Ciò fa problema oggi, come lo ha fatto per i discepoli. Poiché, finché tutto va a gonfie vele, tutto procede al naturale; non si avverte neppure il bisogno di una presenza, sempre comunque singolare, come quella di Gesù.
Ma quando le cose precipitano, si capisce il grido dei discepoli: “Maestro, non ti importa che moriamo?“. Si tratta di vita o di morte. E l’unica ancora di salvezza è lì. Ma non pare a loro disposizione. Dorme. Come se nulla stessa accadendo di grave. Sembra l’eco del salmo 43: “Svegliati, Signore, perché dormi?”. Ecco. L’uomo sperimenta la sua fragilità estrema. La sua impotenza radicale. Allora si apre la sua mente. Si sperimenta creatura. Fin a quel momento aveva l’impressione di farcela da solo. Quasi un dio a se stesso. Ma da quel momento si sperimenta per quello che di fatto è. Si scopre un essere in balia delle onde degli eventi della vita. Che tendono a travolgerlo nel turbinio di un gorgo prepotente. Allora si fa essere umano. Un essere essenzialmente religioso. Avverte che solo dall’Alto, e dell’Altro, gli può giungere la salvezza. Gli grida dunque la sua impotenza. E riconosce la Sua onnipotenza. Gli si affida, come un figlio si affida a suo padre e a sua madre.
Sembra una paura eccessiva. Ingiustificata. “Non avete ancora fede?”. A Gesù basta un semplice: “Taci, calmati”, e il mare ritorna alla bonaccia.
Ma il tutto, ovviamente, conduce alla domanda: “Chi è dunque costui, al quale anche il mare e il vento obbediscono?”. È la domanda che apre al senso della fede. Colui che ha il potere sul mare e i venti non è solo un taumaturgo. È il Signore, come in seguito riconoscerà Giovanni. Il Signore della vita dei credenti.
Per le nostre famiglie e le nostre comunità cristiane. Anch’esse si trovano spesso in balia delle onde e delle tempeste della vita. Quali sono le reazioni più immediate? Quante volte ce se la prende con Dio! Almeno in seconda battuta, vengono riassorbite in un contesto di fede autentica, quella che, in ogni caso, fa rivolgere il grido della preghiera. Accorata. Al limite magari della disperazione. Ma pur sempre preghiera di fede. Di un figlio disperato al Padre. Che, certamente, non rimane indifferente.
Certo, una vera fede si fa sempre interrogativo sull’identità del Salvatore: “Chi è Costui?”. Non certo per metterla in discussione. Ma appunto per approfondirla. Proprio grazie agli eventi della vita che potrebbero rimetterla in forse. Di conseguenza, qual è l’itinerario di formazione che intendono seguire le nostre famiglie e le nostre comunità per rispondere sempre meglio, a livello di vita, alla domanda: “Chi è Costui?”. Ovviamente, per me! Membro di questa famiglia e di questa comunità cristiana concreta.
Giuseppe Zenti, vescovo
