Venite in disparte e riposatevi un po’
La folla che assedia Gesù, al punto da impedire a lui e ai discepoli di prendere cibo, gli fa prendere una decisione saggia: “Venite in disparte in un luogo solitario e riposatevi un po’“. Potremmo definirlo un sano principio di sopravvivenza. Non è giusto lasciarsi divorare dalle situazioni. Neppure da quelle che suonano come una invocazione. Per poter essere in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni degli altri occorre provvedere ai propri bisogni. Non per egoismo ma per amore. Chi si è del tutto logorato ad altro non serve che ad essere lui stesso in condizione di soccorso.
Questa decisione di Gesù non sta dunque a fondamento delle vacanze e delle ferie, così come sono programmate oggi anzitutto dalla cultura. Semmai ne ispira un’anima che le agenzie delle ferie non mettono nel conto: il riposo anche fisico in funzione di un ristoro dello spirito. Che lo ritempra.
È interessante evidenziare quel “un po’”. Si tratta di un tempo breve, cioè del tempo necessario per riprendere fiato. E poi ritornare al proprio posto, in mezzo alla gente con i suoi problemi.
Così è appunto successo a Gesù e ai discepoli. Il tempo preventivato viene raccorciato e come rosicchiato dalle urgenze di una folla numerosa che li precede all’altra sponda del lago. Sono in cerca di una guida. Ed ecco, Gesù “vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore“. Lo sguardo di Gesù si incrocia con le problematiche della folla, sbandata per mancanza di guide che facciano da pastore. Come a dire che Gesù li ha intercettati ad uno ad uno. Al punto da lasciarsi sconvolgere dentro, come evoca il verbo nella sua origine semantica, e perciò coinvolgere. Di conseguenza se ne fa carico. In un modo singolare. Ci attenderemmo che l’evangelista ci segnalasse un Gesù che si mette ad ascoltare la gente. Invece ci staglia davanti un Gesù che “si mise ad insegnare loro molte cose“. L’ascolto della gente è già in quel “vide” e nel lasciarsi sconvolgere dentro. Ma quella folla numerosa è bisognosa. È affamata. Non può farla attendere. Dona subito il pane della sua parola. Di cui necessita non meno che del pane per il corpo.
Ne deduciamo una sola segnalazione per le nostre famiglie: le famiglie cristiane non sono autorizzate dal vangelo a screditare le vacanze e le ferie e neppure a mitizzarle. Ma c’è vacanza secondo il vangelo e la sua logica e vacanza secondo il mondo e la sua logica. La famiglia cristiana sa ritagliarsi gli spazi opportuni per non essere folla, per non essere come tutti gli altri, magari senza principi etici da buon senso. Sa ritagliarsi tempi significativi di vera intimità con il Signore. E di intimità tra i membri della famiglia. Sa poi ritagliarsi spicchi di sensibilità per i poveri bisognosi di ascolto, di premure e anche di pane. Poveri di cui ci si accorge. Per entrare nel loro cuore. E magari, dopo attento ascolto e un vedere con il cuore, depositare nella loro interiorità una parola di vangelo che vale. Una parola che li nutre e li ristora.
Giuseppe Zenti, vescovo
