Chiamati alla testimonianza coraggiosa
nella Chiesa e nella società
Premessa
Come negli scorsi anni, anche nella catechesi quaresimale di quest’anno ci mettiamo in sintonia con gli Orientamenti pastorali che guidano il cammino della nostra Diocesi.
Ci accompagna anche quest’anno il tema: Chiamati a riscoprire e a vivere la dignità battesimale. Siamo giunti alla terza tappa di questo cammino che intende approfondire il tema del nostro Battesimo: Il singolo battezzato e la comunità cristiana in missione nel mondo.
Nell’anno pastorale 2008-2009 abbiamo riflettuto sulla nuova realtà suscitata in noi dal Battesimo: Figli nel Figlio e fratelli nella Chiesa. L’anno scorso, 2009-2010, ci siamo soffermati sul dinamismo vocazionale e ministeriale che deriva dall’evento del Battesimo: Chiamati a valorizzare e promuovere le vocazioni e i ministeri nella comunità.
Questa terza tappa (facendo tesoro di quanto abbiamo approfondito gli anni scorsi) ci orienta a prendere coscienza e ad impegnarci nella missione evangelizzatrice che nasce dal Battesimo. È un invito che ci riguarda sia come singoli battezzati, sia come comunità cristiana nel mondo: non è possibile, infatti, essere battezzati e non sentirsi inviati a comunicare e trasmettere il Vangelo.
In questa catechesi desidero soffermarmi su un aspetto di questo impegno missionario di trasmettere e comunicare la fede in Gesù Cristo e nel suo vangelo, che caratterizza la vita del battezzato: l’aspetto della testimonianza.
Si tratta di una delle forme assolutamente fondamentali che deve assumere la missione.
Cf. PPD pag. 29: Le coordinate di una chiesa missionaria:
1) Essere testimoni.
L’attenzione al mondo che cambia ha reso convinta la Chiesa che il modo più adatto per far conoscere il Vangelo al mondo di oggi è quello della testimonianza: «Testimonianza insieme personale e comunitaria; testimonianza umile e appassionata, radicata in una spiritualità profonda e culturalmente attrezzata, specchio dell’unità inscindibile tra una fede amica dell’intelligenza e un amore che si fa servizio generoso e gratuito».
NB. Occorre precisare subito che questa parola testimonianza, ha assunto oggi un significato abbastanza diverso (assai più debole) di come era usata nel Vangelo e nell’intero Nuovo Testamento.
Oggi si usa la parola testimoniare quasi come alternativa a insegnare (cf. “Il mondo d’oggi non ha bisogno di maestri, ma di testimoni”). Secondo il modo di comprendere attuale il cristiano testimonia nel senso di limitarsi a proporre la sua concreta esperienza. Non insegna né prescrive, semplicemente propone la sua concreta esperienza quale pegno della verità del messaggio cristiano. La testimonianza ha assunto il significato di una proposta quasi segnata dalla preoccupazione di non disturbare troppo le altre persone… di non creare eccessivo fastidio…
Secondo il NT la testimonianza va intesa nel senso che questa parola ha in un processo.
Cosa fa un testimone in un processo? Depone a favore o a sfavore di qualcuno. Ebbene, il cristiano depone a favore di Gesù… di Gesù crocifisso e risorto, in quel processo che lo oppone a questo mondo. Gesù infatti è sempre sotto processo, di fronte all’incredulità degli uomini. E nello stesso tempo accusa la menzogna e l’ingiustizia presente nel mondo, per liberarlo dal male. Ieri come oggi. Ebbene, c’è bisogno che qualcuno testimoni in suo favore… che garantisca che Gesù è dalla parte della verità. Anzitutto questo è il compito dello Spirito Santo (il Paraclito, lo Spirito di verità), ma anche di coloro che hanno ricevuto lo Spirito Santo e sono guidati da lui: i battezzati.
«16 Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. 17 Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; 18 e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19 E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: 20 non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi». (Mt 10,16-20)
Il contesto esistenziale entro il quale tutto il NT parla di testimonianza è dunque il processo. La raccomandazione di rendere testimonianza torna sempre in rapporto stretto con l’annuncio della futura persecuzione dei discepoli. Nella storia del cristianesimo delle origini a questo modo di intendere la testimonianza quale deposizione di processo corrisponde la figura del martire (che alla lettera significa testimone), il primo modello della santità cristiana.
La testimonianza quindi (pur fuggendo sempre la violenza) è qualcosa che non ha paura di “disturbare”… nel senso che ha il coraggio di presentare e di difendere davanti a tutti le posizioni scomode di Gesù e del suo vangelo (di quel Gesù che, proprio per quelle posizioni, è finito sulla croce).
“Chiamati alla testimonianza coraggiosa nella chiesa e nella società”: ecco dunque il tema di questa catechesi.
Una 1a considerazione che ho fatto ha preso le mosse dalla seguente domanda: è facile oggi dare una testimonianza cristiana coraggiosa nella società in cui viviamo?
Forse non lo è mai stato, neanche in passato… Ma certo occorre dire che, rispetto a qualche decennio fa, oggi testimoniare coraggiosamente le proprie convinzioni di fede nella società attuale è parecchio più difficile.
Perché?
È bene rendercene conto. Altrimenti concludiamo precipitosamente che è perché non siamo dei buoni cristiani… e che non è possibile esserlo (cfr. tanti giovani che concludono: “non sono coerente… non sono capace di essere cristiano nel mio ambiente… Tanto vale che rinunci anche a tentare!”)
Certo, in parte è vero anche questo, cioè che non siamo sempre dei bravi cristiani. Ma non è l’unica spiegazione della difficoltà accennata… e in ogni caso non basta fermarci alla constatazione… bisogna anche domandarci che cosa vuol dire essere dei bravi cristiani e dei bravi educatori cristiani oggi.
1. Le difficoltà attuali a testimoniare coraggiosamente le convinzioni della nostra fede.
Perché dunque oggi non è facile testimoniare coraggiosamente le nostre convinzioni cristiane?
1) Un primo motivo, mi pare, va ricercato nella qualità particolare di ciò che noi siamo chiamati a testimoniare.
Oggetto della nostra testimonianza è la fede nel Vangelo di Gesù… e, conseguentemente, la condotta di vita ispirata da questo vangelo, cioè l’amore a Dio e ai fratelli… alla luce della speranza nella vita eterna.
La strana caratteristica di queste realtà che sono la fede, la carità e la speranza cristiane, è che esse parlano di cose che non si vedono, non si toccano… non si sperimentano nella loro efficacia visibile ed immediata…
Certo, la nostra fede la nostra speranza promettono gioia, felicità, libertà… ma si tratta di realtà non sempre appariscenti… spesso interiori… e poi passano sempre attraverso una legge costante: quella della croce, cioè del donarsi, dell’uscire da se stessi (“24 In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25 Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.” (Gv 12,24-25)
E oggi questa “programma” non ha molta fortuna.
Oggi è solo l’immediato ad avere senso, importanza e valore. Nella nostra cultura attuale prevale l’opinione secondo la quale l’uomo si realizza appagando immediatamente i propri desideri emotivi e spontanei… Dilazionare, subordinare la soddisfazione dei propri desideri a qualche valore proposto dal passato o ad una speranza di un futuro promesso… è sentito come un’imposizione inaccettabile… “Non sono più me stesso… non realizzo più me stesso… la mia spontaneità…” “Sentiti libero… devi essere te stesso… non devi inibire il tuo desiderio… soddisfa il tuo desiderio…”: è l’imperativo categorico di quella nuova morale che si è instaurata in larghi ambiti della nostra società occidentale.
Se questo è il clima culturale attualmente predominante, è chiaro che chi si sente portatore di valori e convinzioni diametralmente diversi non sempre ha il coraggio di farsi avanti… assume una posizione defilata… magari non giunge a rinunciare alle proprie convinzioni, ma certamente è portato a non sbandierarle… Facilmente capita che sia messo in crisi in queste sue convinzioni: “Che abbia ragione io a credere alla promessa del Vangelo o che abbiano ragione gli altri (che sembrano la maggioranza) a negarle ogni fiducia? Che sia vero ciò che insegna la fede della chiesa o che sia invece vera la logica del “mondo”, cioè la logica dell’avere, del potere, del godere…? Che sia ancora giusto continuare ad aver fede, a credere oppure che non sia giunta l’ora di liberarci da questo residuo del passato che è la fede e cominciare a pensare con la propria testa?”
Poca convinzione… dubbi… incertezze… timidezze… a riguardo della nostra fede.
In altre parole: testimoniare coraggiosamente la nostra fede non è facile. È bene non dimenticarlo.
2) Accenno anche ad un secondo motivo che, secondo me, rende difficile oggi, la testimonianza schietta e coraggiosa della nostra fede. È un motivo che proviene principalmente dalla società e dalla cultura che attualmente viviamo.
Uno dei valori che vanno per le maggiori nell’attuale cultura (“la cultura laica”) è il valore della tolleranza.
Indubbiamente si tratta di un atteggiamento positivo, da apprezzare, almeno idealmente, nella società pluralista e sempre più differenziata in cui viviamo.
Ma che cosa si intende oggi per tolleranza?
Senza voler assolutizzare, bisogna onestamente riconoscere che per “tolleranza” si intende oggi la difesa e l’esaltazione della libertà intesa come capriccio, come possibilità di fare quello che ti salta in testa…
Ognuno ha diritto di fare ciò che gli pare e piace, almeno fino a che non va contro le leggi dello stato. E ha diritto che nessuno si meravigli di quello che fa; che nessuno gli venga a dire: “non è giusto quello che fai”… che nessuno si prenda il diritto di richiamargli che c’è un bene e un male di cui tener conto…
Se qualcuno si rischia di farlo, si becca delle etichette che oggi bruciano più di qualsiasi insulto: “Intollerante! Moralista! Integrista! Fanatico!”
Oggi nessuno vuole apparire intollerante… moralista… integrista… fanatico….
Ci mancherebbe altro! Vorrebbe dire essere un oscurantista… un relitto del Medioevo.
E invece tutti ci teniamo ad essere moderni… emancipati…
Una delle conseguenze di questo modo di pensare è che non si è più sicuri di niente… si finisce per non sapere più che cosa è bene o che cosa è male… tutto diventa opinione: io la penso così, tu la pensi colà. Tu non sei obbligato a fare quello che faccio io, ma neanche tu non hai diritto di farmi fare quello che vuoi tu (es. convivenza, divorzio, aborto, matrimonio fra omosessuali.).
E allora ci si chiede: “Che diritto ho io di dire al mio amico: ‘guarda che stai sbagliando’? oppure di intervenire per disapprovare certi comportamenti morali oppure per proporre o difendere pubblicamente determinati comportamenti?
Ognuno fa le sue scelte… io devo rispettarle, devo essere tollerante…. non devo apparire “moralista”, bigotto…
In questo modo la testimonianza diventa sempre più problematica.
Addirittura il bene deve chiedere permesso al male per esistere. Il proporre dei valori per difendere la comunità e anche i singoli, attraverso la correzione fraterna o la pubblica affermazione di alcuni valori, viene ritenuto una violenza, una mancanza di rispetto, una mancanza di carità!!!!
NB. Sotto sotto non è vero che veramente si rispettino le scelte degli altri… non è vero che non le si giudica…
Certo non si interviene più… ma sicuro che le si giudica… eccome!
Solo che questo giudizio, spesso di disprezzo e di condanna, ce lo teniamo dentro.
“Guarda quel disgraziato… è proprio un pervertito… Però, contento lui…!”
Penso di non sbagliarmi nell’affermare che la cosiddetta “tolleranza” (anche dei laici illuminati che la predicano) tantissime volte non sia altro che una forma di chiusura individualistica e di menefreghismo… Giudico, disprezzo e me ne frego. Fino a che non mi vengono a pestare i piedi, si arrangino. Vogliono rovinarsi? liberi di farlo!
3) Accenniamo infine ad un ultimo motivo di questa difficoltà di testimoniare coraggiosamente le nostre convinzioni.
Lo esprimerei così: la difficoltà connessa al fatto di essere “minoranza”.
Per molti secoli i cattolici sono stati la maggioranza assoluta. Non c’era grosso problema a testimoniare la propria fede. Da noi questa situazione di maggioranza è durata fino a non molto tempo fa (per 45 anni è stata anche maggioranza politica).
Nel giro di pochissimi anni siamo passati in situazione di minoranza e, forse, lo saremo sempre più.
Ora, la situazione di minoranza non è facile. Non vi eravamo abituati. Si viveva di rendita… su convinzioni che non erano quotidianamente messe alla prova e contestate purificate, ma, proprio per questo, anche rafforzate…. Anche la qualità delle convinzioni ne ha dunque certamente risentito… erano convinzioni più diffuse, ma con uno spessore non così solido.
Di conseguenza non siamo ancora del tutto attrezzati a vivere da cristiani in una situazione nuova, in cui dover fare i conti ogni giorno con una mentalità di maggioranza che non ci dà ragione, ma ci dà torto.
Concludendo questa prima parte, possiamo citare un versetto della lettera di Paolo ai Romani: “Io non mi vergogno del Vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede“. (Rom 1,16)
A noi, capita, a volte o spesso, di vergognarci del Vangelo (= della fede ecclesiale) o per lo meno di provarne disagio… o di desiderare che gli altri non sappiano che noi vi crediamo?
È una domanda che possiamo porci, senza concludere troppo in fretta che siamo dei cattivi cristiani. Cerchiamo di renderci conto dei motivi per i quali ciò avviene (se avviene).
2. Che cosa fare?
Ricaviamo alcune indicazioni da un bellissimo brano della prima lettera di Pietro:
13 E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? 14 E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, 15 ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, 16 con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 17 È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male. (1Pt 3,13-17)
a) Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate. Smascherare alcune ambiguità di fondo
Sono anzitutto convinto che alla radice della difficoltà di testimoniare gioiosamente e coraggiosamente il vangelo ci stia un certo sentimento di inferiorità che va sfatato.
Concretamente riguardo alla fede: chi crede è ancora un “minore”… credere vuol dire essere creduloni… rinunciare a pensare con la propria testa… vendere il proprio cervello ai preti…
Non è raro anche oggi trovare dei cristiani che nutrono un senso di inferiorità verso chi non crede (o meglio: dice di non credere)… verso chi non pratica… verso chi si mostra “superiore” alle norme morali… critico verso ogni proposta che viene dalla Chiesa ecc.
La Repubblica, La Stampa, il Corriere, L’Espresso, Panorama… presentano questo tipo di ideale umano. E i cattolici? Beh, poveretti, hanno diritto anche loro di esistere… (siamo tolleranti, noi!), ma fanno tanta tenerezza e pena… Andare ancora dietro a certe cose, oggi!!! Hanno venduto la loro testa ai preti… al Vaticano…
Se non stiamo attenti, è facile essere succubi di questa mentalità. Come si può testimoniare coraggiosamente le proprie convinzioni se non si è convinti che esse siano serie?
E allora questa è una ambiguità che va smascherata.
Rendendosi conto, molto semplicemente, che non è vero che il mondo si divide in persone che credono e in persone che non hanno bisogno di farlo.
Proprio questi ultimi, senza rendersi conto o senza volerlo ammettere, credono anche loro. Crederanno in altre cose diverse da Dio (il denaro, il successo, la famiglia, il divertimento, la carriera…), ma credono… eccome!!! Rischiano la loro vita su valori, ideali, cose senza avere la minima certezza che vinceranno la scommessa. Se questa non è fede! Poco critica, inoltre, perché spesso inconsapevole.
Una frase che mi ha aperto gli occhi e mi ha permesso di superare questo senso di inferiorità verso i cosiddetti “non credenti” riguadagnando una umile, ma vera fierezza di essere credente: «Senza una fede non si vive. L’alternativa è soltanto tra l’accordar credito a ciò che non è Dio e, invece, l’accordar credito a Dio. Ma ciò che non è Dio può diventare oggetto di fede solo per una inconsapevole illusione o, peggio, a prezzo di menzogna» (Non di solo pane, 188).
Un’altra ambiguità da superare è quella nei confronti della “tolleranza”.
Che cosa è la vera tolleranza?
Non è indifferenza e menefreghismo individualistico.
Tutt’altro.
Cfr. la “tolleranza” di un metallo: il suo grado di resistenza a trazione, a pesi o a riscaldamento.
È la capacità di farsi carico, di portare su di sé (= di sopportare), sulla propria fede, il comportamento diverso e magari oggettivamente sbagliato del fratello, resistendo fermi nella propria fede, nella propria speranza e nella carità… cioè senza smettere di amarlo, di pregare per lui, di fargli presente, con umiltà ma anche con fermezza le nostre convinzioni… proprio perché siamo convinti che vanno bene anche per lui… anche se, per il momento non le condivide….
Cfr. Lc 10,29 ss: la “tolleranza” oggi diffusa somiglia molto all’atteggiamento dei primi due: lo scriba e il sacerdote: vedono, restano indifferenti, passano avanti: è la tolleranza del menefreghismo. La vera tolleranza la troviamo solo nel samaritano: pur essendo uno straniero e un nemico, è capace di farsi carico del fratello…
b) “E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene?“. Essere ferventi nel bene.
La frase di S. Pietro ci sembra suggerire questo: è anzitutto operando il bene che voi supererete la paura… ogni paura, e sarete in grado di essere veri testimoni.
Egli non dice che non ci saranno difficoltà o persecuzioni (cfr. subito dopo: “e anche se doveste soffrire per la giustizi, beati voi!… È meglio, se così Dio vuole, soffrire operando il bene che facendo il male“)
Dice piuttosto: se tu sarai fervente ne bene (= nell’amore a Dio e al prossimo), potrai affrontare ogni male e ogni difficoltà con una forza e una speranza invincibili.
Operando il bene, concretamente vivendo la logica dell’amore evangelico, in tutti i suoi ambiti e dimensioni… vivendo la logica delle Beatitudini…. la nostra vita diventa realmente ed efficacemente segno, testimonianza della nostra fede.
E, contemporaneamente, operando il bene, la nostra fede stessa si rinforza… diventa robusta… capace di stare in piedi nonostante l’indifferenza o anche l’ostilità delle altre persone…
(Cfr. la frase famosa di Paolo VI: “Gli uomini d’oggi hanno bisogno più di testimoni che di maestri. E se accettano maestri, si tratta di maestri che contemporaneamente sono capaci di essere testimoni”).
Credo che questo punto meriti particolare attenzione in questo tempo di Quaresima… tempo di conversione… tempo di carità…
Tempo in cui siamo chiamati a essere più “ferventi nel bene”.
Es. il digiuno e l’elemosina.
Il digiuno attua un distacco… un recupero di libertà nei confronti dell’attaccamento alle cose materiali… un modo per rendersi più attenti e disponibili al progetto di Dio… ma anche più attenti ai bisogni dei nostri fratelli…
L’elemosina intesa come condivisione evangelica, come autentica carità che si fa solidarietà, che sa farsi carico della sofferenza e dei bisogni del prossimo… particolarmente in questo periodo di crisi economica.
Basta guardarci attorno per accorgerci quanto enormemente stanno peggio di noi tanti uomini e donne del nostro tempo.
E inoltre, l’elemosina non è solo questione di dare soldi o cose materiali, ma anche di condividere il nostro tempo, la nostra amicizia, la nostra esperienza con chi è povero di salute fisica e psicologica, di accordo familiare, di speranza… (i nuovi poveri).
Si tratta di un atteggiamento da vivere per se stessi ma anche per gli altri… cioè come testimonianza. Non occorre molto per capire che è proprio la capacità di condivisione e la carità evangelica che risultano l’argomento alla lunga più convincente. Magari non subito, ma alla lunga non c’è altro argomento che risulti più credibile di questo.
E questo anche (o in particolare) di fronte ai figli. Per loro che stanno aprendosi all’esistenza e sono, spesso, disorientati da tanti modelli, è estremamente prezioso rendersi conto che voi non solo insegnate alcune cose, ma per vostro conto la vivete… concretamente e gioiosamente.
c) “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che e’ in voi”
Il comportamento personale buono è importantissimo, ma non sempre è sufficiente.
Oggi bisogna essere pronti a “rispondere”… a “dar ragione”, a motivare ragionevolmente il perché del proprio comportamento (= della propria fede, speranza, carità). Davanti a tutti: figli, vicini, conoscenti, amici, compagni di lavoro, estranei.
Con la vita e con la parola: ambedue sono necessarie!!!
A questo proposito sottolineo un’altra cosa che mi sembra importante: per essere in grado di dare questa “risposta” dobbiamo curare la nostra formazione.
Non possiamo improvvisare… non possiamo dire semplicemente: “per me è così”.
È troppo poco. Ridurremmo la nostra fede e le nostre convinzioni a semplici opinioni soggettive, che ben poco hanno a che fare con la verità.
Siamo convinti che quanto crediamo e speriamo è semplicemente la verità e non soltanto la nostra opinione? (“Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me!”)
È bene che ci poniamo qualche volta questa domanda. Se non fossimo convinti di questo, non avrebbe nessunissimo senso domandarci come testimoniare coraggiosamente le nostre convinzioni. Che diritto avremmo di importunare gli altri testimoniando loro qualcosa che è soltanto un’opinione, cioè una cosa opinabile. Questo diritto (o meglio, questo compito, ci viene solo dal fatto che si tratta non della nostra opinione, ma della verità… della verità per noi e per loro…).
E allora è importante conoscerla questa fede che ci è stata donata e di cui siamo, ognuno, qualche misura, responsabile. Solo conoscendola saremo in grado di rispondere a chi ce ne domanda ragione.
Molto spesso è proprio la mancanza di conoscenza e di formazione che ci rende timidi, insicuri, incerti nella nostra testimonianza.
Catechesi: non solo per i figli, ma anche per noi adulti…
- momenti formativi che la parrocchia o l’U.P. o la forania o la diocesi offrono
- letture
- scambio e confronto (la preziosità dei momenti di incontro)
- la centralità della Parola di Dio
d) “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori…”. Aiutati dalla forza del Signore.
Ricordiamoci sempre che la testimonianza coraggiosa della nostra fede non è tanto una nostra conquista, ma , anzitutto è un dono del Signore… del suo Spirito… della sua grazia.
“Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8).
«19 Quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: 20 non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi». (Mt 10, 16-20)
- Preghiera
- Vita sacramentale: Eucaristia… Penitenza… sul fondamento del nostro Battesimo e del Matrimonio.
I sacramenti: gesti di Cristo Risorto che mediante il suo Spirito ci dona la sua stessa forza di amare Dio e i fratelli… di essere segno di speranza e di salvezza per il mondo intero…
e) “Questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza…”
Bellissimo!
Non è altro che l’atteggiamento di Gesù… di Dio nei confronti degli uomini.
Questo non vuol dire che non si debba essere chiari, fermi, decisi… Essere dolci e rispettosi non significa essere delle pappemolle, persone senza spina dorsale… alle quale va bene tutto e il contrario di tutto… che scusano tutto e giustificano tutto, perché hanno paura delle reazioni degli altri… (“Scusami se esisto!”)
La carità non può mai entrare in conflitto con la verità (= con le impegnative esigenze di Gesù), altrimenti sarebbe una falsa carità.
Tuttavia anche i richiami, anche le correzioni, anche la difesa della verità del Vangelo deve essere fatta con dolcezza, con rispetto e con retta coscienza.
Ciò significa che non deve nascondere secondi fini.
Spesso infatti, noi confondiamo la verità con la nostra persona.
Credo che capiti un po’ a tutti. Quando ci confrontiamo con qualche persona che ha opinioni (religiose o morali) diverse dalla nostra, scatta un meccanismo di difesa che ci rende aggressivi. Perché? Credo che sia proprio per questo: non stiamo difendendo la verità del Vangelo, ma stiamo difendendo noi stessi…
Quanto più riusciamo a liberarmi da noi stessi e centrarci su Gesù, sul rapporto con lui… quanto più riusciamo a metterci in sintonia con la sua logica che è di amore appassionato verso tutti… anche verso quella persona che sta rifiutandolo… tanto più ci sento liberi… tanto più l’antipatia e l’aggressività cedono il posto alla dolcezza e al rispetto… ad una retta coscienza.
In questo modo – conclude Pietro – quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo saranno svergognati: si accorgeranno cioè che sbagliavano… si ricrederanno… si sentiranno spinti a dar credito al Vangelo di Gesù.
È l’obiettivo della missione: non fermare le persone a noi, ma orientarle a Gesù Cristo, Salvatore nostro e di tutti.
Corrado Pizziolo, vescovo
