Anch’io mando voi. La storia di Severino Sbardellotto

Domenica 23 ottobre termina la quarta settimana dell’Ottobre missionario dedicata alla Carità, anima della missione e cuore della vita cristiana. Nello stesso giorno si festeggia anche l’84ª Giornata missionaria mondiale, quest’anno dedicata al tema “Testimoni di Dio”. Per l’occasione il Papa ha scritto un messaggio che ha per titolo un passo di Giovanni (20,21): “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.

In questo mese missionario ogni settimana proponiamo la testimonianza di un nostro missionario. Oggi raccontiamo la storia di Severino Sbardellotto.

 

Dopo un’assenza di sette anni, è ritornato a Mel per un periodo di riposo il salesiano Severino Sbardellotto, in Bolivia, nella regione di Santa Cruz, da ormai 37 anni. La sua è una vita spesa a favore dei meno fortunati, in uno dei Paesi più poveri del mondo. Nel periodo di permanenza a Mel, nonostante un intervento agli occhi, Severino non è rimasto mai fermo. Ha incontrato molte persone e volontari che sono stati nella sua missione in Bolivia, gruppi e associazioni, gli scout, i ragazzi delle scuole e del catechismo e quanti lo hanno sostenuto e lo sostengono economicamente nel suo impegno missionario.

Nonostante siano passati molti anni dall’ultimo suo ritorno a Mel, il legame che unisce Severino con la sua comunità di origine è molto forte. Racconta: «Girando e incontrando molte persone ho percepito che qui c’è un bel clima di amicizia e di solidarietà, nonostante tutto quel che si dice di negativo sulla situazione di oggi! Nelle persone c’è voglia di organizzare delle attività per gli altri e di dare ognuno qualcosa a chi ha meno. Ho coltivato la mia fede e la mia vocazione missionaria innanzitutto nella mia famiglia e in parrocchia. L’esempio me lo hanno dato innanzitutto i miei genitori Francesco e Vittoria. In famiglia ho altre due sorelle suore e una religiosa laica. La scelta di andare in missione è maturata in seguito a un’esperienza con una comunità di salesiani di Castello di Godego, all’età di 23 anni. La fede è la mia grande forza – continua Severino -. Oggi, nonostante il benessere e l’egoismo, tutti dovremmo pensare che è possibile fare qualcosa per il nostro prossimo, che non è necessariamente un bambino dell’Africa o del Sud America. Molto spesso anche qui nei nostri paesi c’è bisogno di attenzione verso un conoscente o un nostro vicino; è sufficiente a volte una semplice buona parola di incoraggiamento».

Severino ha sempre svolto il proprio impegno di missionario nella comunità di San Carlos, un’area tropicale della Bolivia grande come il Veneto, con 120 mila abitanti.

«In questi decenni – afferma – ho visto una crescita sociale della comunità, anche se persistono problematiche legate al mondo giovanile, come alcol e droga. Una forte emigrazione all’estero da parte degli uomini alla ricerca di un lavoro genera tutta una serie di problematiche familiari. È impensabile portare avanti la missione da soli. A San Carlos oltre a me collaborano cinque sacerdoti, dei quali tre sono boliviani.

C’è inoltre un importante aiuto di molti volontari che periodicamente mettono a disposizione della missione le loro competenze nel periodo delle vacanze.

A San Carlos abbiamo realizzato in questi anni numerose strutture: la scuola agraria frequentata da 50 giovani; il centro del bambino denutrito frequentato da 50 bambini, che viene sostenuto dai ragazzi delle scuole elementari di Mel con l’iniziativa “Pane e latte”; il collegio con 300 ragazzi.

Indispensabile nella gestione di queste strutture è la presenza di varie congregazioni di suore.

Guardando avanti – conclude Severino – ci sarebbe da costruire un nuovo oratorio perché quello esistente è vecchio».

Sergio Cugnach

 

 

(da L’Azione, n. 43 del 23/10/2011)

26 Ottobre 2011