Giuda tradisce. Pietro rinnega. Gesù condannato alla solitudine
Anche la lettura della narrazione della Passione e morte di Gesù segue il ciclo liturgico che quest’anno (Anno B) prevede i testi di Marco. Ogni evangelista, lungo il tracciato molto simile degli eventi narrati, sottolinea qualche aspetto.
L’evangelista Marco fa iniziare sostanzialmente il racconto della passione di Gesù dal capitolo 14, mettendo Gesù nella casa di Simone il lebbroso, nel villaggio di Betania. Una casa che profuma tutta dell’unguento preziosissimo versato da una donna anonima sulla testa di Gesù. Un gesto da spreco, secondo i benpensanti, attaccati al denaro. Capaci di darne una valutazione precisa: 300 denari. Tra di essi Giuda intenzionato a vendere Gesù per un decimo di quella somma, per 30 denari. Un gesto invece di amore autentico e degno di memoria per Gesù stesso.
Ecco allora l’ombra del tradimento che poi si consumerà nell’ultima cena, sempre per opera di quel Giuda di cui Cristo ha dato un severissimo giudizio: “Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”. Lo bacerà nell’orto degli olivi. Tradendo l’Amico. Poi Marco lo dimentica. Senza neppure narrarne la fine tragica.
Eppure quella era la cena non solo dell’addio, ma soprattutto della consegna di un memoriale, tutto sostanziato di realtà: quel pane e quel vino divenuti il segno sacramentale di Gesù che si dona, sacrificato, per noi al Padre.
Poi è tutto un precipitare e un franare di eventi, segnati comunque da una promessa di Gesù: “dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea”.
L’evangelista Marco, che raccoglie la tradizione del Vangelo annunciato a Roma soprattutto da Pietro non esita ad esporre la figura di Pietro in pubblico: un generoso, un eroe virtuale, disposto a morire per Gesù. Subito dopo, anche lui preso dal sonno nell’orto degli ulivi: neppure un’ora regalata, da amico, a Gesù entrato nella sofferenza interiore della passione.
E Gesù. Nella solitudine assoluta. Solo, con tutti contro. Dai falsi testimoni. Al sommo sacerdote. Ai servi. Ai soldati. Impressiona il fatto che Gesù tace. Non si difende dalle accuse assurde. Interviene solo quando si tratta di testimoniare la sua identità di Messia e Figlio di Dio: “Io lo sono!”.
Segue il baratto con Barabba e il grido, insensato e immotivato, del: “Crocifiggilo”. Un tratto di percorso sotto il peso della croce, con l’aiuto del Cireneo, Alessandro. Poi il calvario. Due ladroni che lo insultano, pur partecipi del medesimo supplizio.
Alle tre del pomeriggio un grido fortissimo che echeggia tutt’intorno: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Sono le ultime parole di Gesù sulla croce, nell’edizione di Marco.
Marco, però, è attento ad una professione di fede di altissimo livello, che Luca e soprattutto Matteo avevano rilevato dalle labbra di Pietro, espressa niente meno che dal centurione romano: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”. Qui c’è tutta la fede della Chiesa di Roma, come l’aveva appresa da Pietro in persona.
Due accenni a possibili riflessioni da parte delle famiglie e delle comunità credenti.
Anzitutto: celebriamo liturgicamente la Festa delle Palme. Un momento di festa. Ma tutto proteso verso il compimento di una amore che si lascia crocifiggere, per salvare anche chi lo osteggia. Come le nostre famiglie cristiane e le comunità stanno entrando nella grande settimana, la settimana santa? Con quale spirito? Che cosa di fatto rischia di tenerle distratte da eventi di salvezza di tale portata, come sono narrati dai Vangeli, quali sono attuati per noi liturgicamente?
E in secondo luogo: questa settimana santa ci è donata perché anche in noi si attui una professione di fede ecclesiale di forte spessore. Quanto siamo pronti a celebrare,come singoli e come comunità, la fede limpida ecclesiale espressa dal Centurione?
Giuseppe Zenti, vescovo
