Grazie Vittorio per l’aiuto, da L’Azione del 12 febbraio 2006

Grazie Vittorio per l’aiuto

I nostri due preti che lavorano a Sarh in Ciad, don Carlo e don Egidio, sono inseriti in una Chiesa che ha un suo pastore e un cammino tracciato. Il vescovo Edmond Djitangar, 52 anni, è nativo di Sarh e proviene da una famiglia che non era cristiana. Fu battezzato a 8 anni, grazie al fratello maggiore che era diventato cristiano e che si era preso cura della sua formazione spirituale. La mamma fu battezzata alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale, mentre il papà ricevette il sacramento poco prima di morire. Dunque, una Chiesa giovanissima, dove il cristianesimo ha appena piantato le radici.

La comunità

Le sfide che la giovane Chiesa deve affrontare, sono tante. “La prima – afferma monsignor Djitangar – è di formare comunità cristiane, come è ovvio, ma con questa ulteriore preoccupazione: che diventino in un certo senso suppletive della comunità civile che sta andando in dissoluzione, a causa del colonialismo prima, e poi, raggiunta l’indipendenza, per la mancanza di leader capaci di dare un’identità nazionale, impegnati solamente a rafforzare il loro potere. La nostra Chiesa sta vivendo un momento delicato e importante. Le richieste del battesimo sono in aumento, paradossalmente favorite dalla pressione degli arabi musulmani del nord sempre più presenti nella regione. Di fronte ad essi la gente sente il bisogno di avere una sua identità, di appartenere a una comunità e la trova nella Chiesa. Ma questo esige da parte nostra un grande lavoro di formazione in modo che la scelta sia fatta con tutta convinzione”.

Lo sviluppo

La seconda sfida è data dal mancato sviluppo del paese. “Un recente studio – assicura il vescovo Edmond – dice che il Ciad è il paese più povero dell’Africa e certamente anche il più corrotto”. E spiega che in realtà non mancano le risorse, ci sono terra e acqua, ma non esiste un piano di sviluppo agricolo cosicché la comunità cristiana deve diventare stimolo perché la gente migliori le condizioni di vita. Non ci sono per ora grandi proprietari. Nei villaggi la terra è ancora proprietà comune e ogni famiglia ne coltiva un pezzo d’accordo con il capo villaggio. Ma la situazione sta mutando velocemente, soprattutto per l’arrivo delle tribù del nord dedite all’allevamento, che stanno invadendo le terre del sud con le loro mandrie, diventandone padroni.

La cultura

La terza sfida è quella culturale. “In Ciad – afferma monsignor Djitangar – ci sono molte etnie e lingue. I francesi hanno imposto la loro lingua, che è ora la lingua ufficiale del paese. Ma gli arabi hanno ottenuto che anche l’arabo diventasse lingua nazionale, con l’obbligo di insegnarlo nelle scuole pubbliche. La gente del sud resiste a questa imposizione culturale. Succede che gli insegnanti di arabo non abbiano alunni, perché le famiglie non vogliono che i loro figli imparino questa lingua per loro estranea più che il francese. La nostra Chiesa fa ogni sforzo perché la fede cristiana si incarni nella vita, salvando e sviluppando il patrimonio buono della nostra cultura. Da noi le differenti tribù sono convissute pacificamente anche per via della tradizione che gli uomini dovevano sposare una donna di tribù diversa. Così le donne sono diventate un ponte tra le varie tribù assicurando la pace. In diocesi abbiamo istituito un ufficio linguistico che prepara i testi liturgici e catechistici nelle cinque lingue locali, anche di quelle che ancora non hanno una scrittura definita. Anche i canti sono composti sulla base della musica tradizionale. Questo ricupero della tradizione non intende bloccare la nostra gente nel passato impedendo lo sviluppo, anzi , sono convinto che lo sviluppo autentico deve partire da ciò che noi possediamo di positivo”.

La collaborazione

A questo punto sorge spontanea la domanda se la presenza di personale straniero nella pastorale non ponga ostacoli a questa crescita dal di dentro della Chiesa di Sarh. “C’è questo pericolo – riconosce il Vescovo -. Soprattutto nei primi momenti della nostra evangelizzazione la fede cristiana veniva trasmessa in una veste troppo occidentale. I missionari si sforzavano di far crescere personale locale, ma dando loro una formazione europea. Ora abbiamo imboccato una strada diversa e sono benvenuti coloro che accettano di camminare con noi. Il fatto che ci siano persone straniere che lavorano con noi diventa una straordinaria testimonianza. Tutti ci ammirano e si chiedono: come possono andare d’accordo pur essendo così diversi? Noi diciamo: è la fede che ci fa diventare fratelli. In questo modo la Chiesa appare veramente cattolica”.

Quindi il vescovo Edmond non ha dubbi sulla continuazione di questa collaborazione (confermata dalla sottoscrizione di una convenzione), anzi desidererebbe che diventasse reciproca con l’invio di qualche sacerdote ciadiano a Vittorio Veneto. E aggiunge: “La collaborazione tra la diocesi di Sarh e quella di Vittorio Veneto è unica in Ciad. In nessuna altra parte c’è stata la continuità e la fedeltà che si è stabilita tra le nostre due Chiese. Molto utile è stata la presenza di gruppi di operai italiani che hanno aiutato a costruire il foyer e la chiesa di Bandà. I sacerdoti vittoriesi si sono bene inseriti con i nostri. Don Tarcisio, ad esempio, era chiamato l'”anziano” dagli altri preti e questo è un riconoscimento straordinario nella nostra cultura”. Parole lusinghiere che ci impegnano a continuare anche a costo di qualche sacrificio.

don Giampiero Moret

14 Marzo 2006