III domenica di Avvento, anno C, 17 dicembre 2006

Rallegratevi nel Signore, sempre!

Come può essere oggetto di un comando la gioia? Viene spontaneo di obiettare quando leggiamo l’espressione di Paolo: “Rallegratevi nel Signore, sempre“. Il termine originario è proprio questo: gioia! Come a dire: “cercate la gioia, quella vera, nel Signore. Non cercatela fuori di Lui perché non troverete la gioia, ma solo l’illusione di essa, magari baldoria, allegria, euforia… ma alla fine sarete dentro di voi delusi, amareggiati, con un fondo di tristezza”. Questo richiamo di Paolo, che suona all’imperativo perché è segnaletica della direzione da non sbagliare, è come l’eco del messaggio angelico della notte di Natale. L’angelo dice infatti ai pastori: “Vi annuncio una grande gioia: nella città di Davide vi è nato un Salvatore che è Cristo Signore”.

La Chiesa, madre e maestra di spiritualità, tramite la sua liturgia intende in tal modo aiutarci a predisporre il nostro animo ad accogliere il mistero del Natale ormai vicino: “Il Signore è vicino!“. Ma nello stesso tempo segnala le predisposizioni dell’animo che rendono autentica e feconda la sua accoglienza liturgica. Anzitutto, attingendo dalla lettera di Paolo ai Filippesi: “La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini“. In secondo luogo: “in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti“. E, come terzo suggerimento, che ci proviene dal Vangelo di Luca, un forte invito al compimento del nostro dovere quotidiano: “Che cosa dobbiamo fare?“.

Ma l’evangelista dei poveri e degli umili, qual è Luca, non si lascia sfuggire l’occasione per segnalare, nella persona del Battista, la necessità dell’umiltà al fine di accogliere Cristo come Salvezza e Signore: “viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali“.

Dunque una gioia che ha il suo humus nella preghiera come affidamento a Dio delle nostre problematiche reso possibile da un forte senso di umiltà che non esita a farsi supplica; ha il suo habitat nel compimento dei doveri personali, sociali e professionali; e la sua espressione comunicativa nei confronti degli altri nella affabilità. Di conseguenza: “La pace di Dio custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù“. Quella pace che è il frutto del Natale in proiezione pasquale.

Ora qualche provocazione per le nostre famiglie e comunità cristiane, sotto forma di domanda: in chi o in che cosa cerchiamo la fonte della nostra gioia? Se abbiamo sperimentato e vissuto squarci di vera gioia, abbiamo saputo comunicarla e anche narrarla ai familiari e ai fratelli nella fede l’abbiamo rinserrata intimisticamente dentro di noi? Quali sono gli atteggiamenti che in famiglia e in comunità stiamo maturando in vista di un Natale liturgico davvero fecondo di bene? Infine: Quanto la cultura di babbo natale sta corrodendo la nostra spiritualità natalizia o quanto siamo in grado di riscattarla con gesti di solidarietà fraterna e di conversione (confessione!)?

Giuseppe Zenti, vescovo

13 Dicembre 2006