Solennità della SS. Trinità, anno B, 11 giugno 2006

Il Mistero Trinitario
soluzione delle problematiche ecclesiali e civili

La domenica che segue la solennità della Pentecoste è dedicata liturgicamente alla solennità della Santissima Trinità.

Pur non trattandosi di un evento di salvezza, in se stesso, il mistero trinitario ne sta all’origine. E quello che potrebbe apparire come un rompicapo di questioni teologiche insolubili, una vera quadratura del cerchio, come cioè mettere insieme unità e trinità di Dio, di fatto è la soluzione alla radice della complessità di problematiche che investono anche oggi la Chiesa e la società civile. Quella territoriale e quello mondializzata.

In effetti, da quanto viene svelato dalla Parola di Dio, l’unica fonte autorizzata a farsene interprete, il Mistero Trinitario coniuga in modo perfetto il rispetto assoluto delle Identità Personali con l’essere Tutti una “sola cosa”, come svela Gesù stesso nell’ultima Cena: “Tu, Padre, sei in me. Io sono in Te. Siamo una sola cosa” nel dono della Comunione dello Spirito. Perché è possibile coniugare Unità con Trinità, Trinità con Unità? In quanto ogni Persona Divina non è autoreferenziale. Ogni Persona riconosce la propria identità e la propria grandezza nella relazione con le Altre Persone: il Padre in relazione paterna con il Figlio e il Figlio in relazione filiale con il Padre. Relazione resa possibile, nella sua perfezione mai dialettica antagonista, dal dono di Comunione dello Spirito Santo. Sicché il Padre “si compiace” del Figlio nel quale ha tutta la sua gioia, il suo paradiso. Il Figlio, a sua volta si nutre della volontà di Amore del Padre e tutto fa per la sua gloria. Lo Spirito poi procede dal Padre e dal Figlio come personificazione del loro reciproco Amore. Ognuno è se stesso. Ognuno è e vive nell’altro. Per l’altro. Ognuno felicissimo dell’Identità Personale dell’Altro che di fatto è la risposta al suo essere: il Padre è la risposta del Figlio e il Figlio è la risposta del Padre, mentre lo Spirito è la risposta di entrambi.

Lo snodo, per così dire, della questione che solo umanamente è questione, sta nella Persona dello Spirito Santo, lo Spirito di Comunione del Padre e del Figlio. Al dire di Paolo nella lettera ai Romani è appunto lo Spirito che ci mette in comunicazione vitale con il Padre, di cui siamo costituiti figli di adozione, e con il Figlio nel quale siamo resi figli di adozione. È lo Spirito che ci consente di gridare, nella preghiera, il nostro “Abbà, Padre”. È Lui che ci fa eredi dei beni patrimoniali di Dio in Gesù Cristo: Parola, Sacramenti, vita ecclesiale, vita eterna da risorti nel Risorto.

Ne consegue che, quando Matteo registra nella conclusione del suo Vangelo, il mandato di Cristo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, non allude ad un incarico missionario finalizzato al proselitismo, ma accentua il fine stesso dell’evangelizzazione missionaria, che è quello di immettere i credenti nel dinamismo della vita trinitaria. Al fine di realizzare, anche nell’itinerario terreno, una vita modellata su quel Mistero, di cui riprodurre in miniatura le coordinate: riconoscere e valorizzare le identità, ma sempre nel quadro organico della unità, sia ecclesiale sia civile. Allora di fatto si risolvono tante problematiche attuali. Alla radice. Allora ci mostriamo popolo che si mette in ascolto di Dio e si predispone ad osservare le sue leggi e i suoi comandi, come ci ricorda il testo del Deuteronomio; ad osservare “tutto ciò che vi ho comandato” come precisa Gesù, cioè il comandamento dell’amore fraterno per il quale identità delle persone e unità di comunione sono facce della medesima medaglia.

Tre sole sottolineature. La prima: il Mistero dell’Amore Trinitario è già radicato nella vita delle famiglie cristiane fondate sul sacramento del matrimonio e nelle nostre comunità eucaristiche. Va riscoperto. La seconda: la dimensione missionaria evangelizzante del mandato di Cristo. Il Vangelo, la bella notizia per la vita delle persone umane sta nella coscienza di poter essere battezzate, cioè immerse, come nel grembo materno, proprio nel mistero della vita trinitaria. Fin dal Battesimo. La terza: quando parliamo di Dio, parliamone in modo personalizzato, denominando le Persone ad una ad una, senza dissolverlo in una generica divinità anonima e astratta.

Giuseppe Zenti, vescovo

6 Giugno 2006