Sir 50,1.3-7; Sal 15 (16); Gal 6,14-18; Mt 11,25-30
Imparate da me (Mt 11,29). Per dare forma ai suoi grandi desideri (che erano anche desideri di grandezza), Francesco, figlio di Pietro di Bernardone e di Madonna Pica, dopo aver percorso per un po’ di tempo strade che non portavano da nessuno parte, si è messo alla scuola di Gesù e ha imparato da lui.
Mettersi alla scuola di Gesù significa far spazio ai suoi sentimenti, al suo modo di guardare le persone e le cose, al suo modo di agire, sino alla fine.
Francesco l’ha fatto e, a ottocento anni dalla morte, continua a dirci che è possibile “imparare da Gesù”. Questo è un punto decisivo: prima ancora di chiederci “come imparare da Gesù” è necessario essere convinti che è possibile imparare da lui, seguirlo, accogliere il suo modo di sentire e di agire. In modi diversi, non come cloni o fotocopie, possiamo metterci alla scuola di Gesù e imparare da lui, come ha fatto Francesco, coinvolgendo tanti altri e altre e continuando a coinvolgere tante persone in questa “scuola”, nella quale l’apprendimento non avviene in primo luogo tramite il cervello, bensì con i piedi, le mani, il cuore, gli affetti (ma anche con l’intelligenza!).
Ogni generazione ha il “suo” Francesco. Nelle diverse epoche, da ottocento anni a questa parte, sono state sottolineati differenti aspetti del Santo di Assisi. C’è però un tratto francescano che attraversa i secoli, che ancora affascina e, allo stesso tempo, inquieta e interroga: la scelta della povertà. Essere povero, non lasciarsi dominare dalla logica del possesso e del potere a ogni costo, è per Francesco un’esigenza di libertà. Egli scelse di essere povero per seguire Gesù, per amare come lui, per patire come lui.
Prendiamo atto di questa scelta, guardiamo ad essa con un po’ di inquietudine a stupita ammirazione ma chiediamoci anche: cosa posso fare per essere libero di seguire Gesù, per avere i suoi stessi sentimenti? Che rapporto ho con il possesso (di beni, di idee, di “identità”) e con il potere, piccolo o grande che sia?
Assieme alla scelta della povertà, metterei in evidenza altri tre aspetti dell’esperienza di Francesco d’Assisi che dovrebbero stare davanti agli occhi della nostra generazione, chiamata a vivere in questo tempo, nel terzo decennio del XXI secolo.
Il primo aspetto è la ricerca di un rapporto più umano, più relazionale, con l’ambiente in cui viviamo. Il mondo in cui siamo non può essere solo una risorsa da sfruttare per i nostri esclusivi interessi, senza pensare a chi non è tenuto lontano dalle risorse della terra e senza pensare a chi verrà dopo di noi. Papa Francesco, undici anni fa, diede voce al grido dei poveri e al grido della terra – in realtà, uno stesso grido – nell’enciclica ispirata proprio al cantico di frate Francesco, nella Laudato si’ sulla cura del creato.
Il secondo aspetto si collega alle parole del Siracide che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ecco chi nella sua vita riparò il tempio e nei suoi giorni consolidò il santuario» (Sir 50,1). Il Sapiente dell’Antico Testamento si riferisce all’opera del sommo sacerdote Simone il Giusto figlio di Onia, vissuto circa due secoli prima di Gesù. La liturgia propone questo testo con un chiaro riferimento al comando che Francesco ha ricevuto davanti al Crocifisso nella chiesetta di San Damiano: «Va’, ripara la mia casa, che, come vedi, è tutta in rovina» (FF 593).
Da tante parti del mondo ci giungono notizie di persone e paesi che sembrano avere il gusto di distruggere. Anche nelle nostre comunità ogni tanto appare qualcuno che manifesta una volontà malata o perversa di distruzione, non tanto degli edifici, quanto delle relazioni tra le persone. Abbiamo bisogno di persone capaci di riparare relazioni. Per questo Papa Leone XIV inizia la sua enciclica Magnifica Humanitas mettendoci di fronte a una scelta decisiva: «innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme» (MH 1). L’enciclica richiama la vicenda narrata nel libro di Neemia, che racconta come le mura di Gerusalemme, ormai crollate, siano state riparate «non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo». Riparare la casa che è il mondo in cui viviamo, che è la società umana, la famiglia, la comunità cristiana è compito affidato anche a noi, come già a Francesco d’Assisi.
Il terzo aspetto dell’esperienza francescana che è urgente accogliere e fare nostro è l’annuncio di pace che il Santo di Assisi continua a far risuonare e le azioni di pace che egli continua a ispirare. Non mi dilungo su questo ma vi suggerisco di leggere o rileggere quello che scrive papa Leone, nell’enciclica Magnifica Humanitas sul “realismo” con il quale guardare ai conflitti in corso. C’è un falso realismo che ripete che non esistono alternative alle guerre (cfr. MH 188), e un realismo sano, che evita gli estremi dell’idealismo e del cinismo e «cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili» (MH 218).
Tutti i diversi aspetti della persona di Francesco d’Assisi sono tutti collegati fra loro: sono modi diversi di vivere nella povertà e nella libertà apprese alla scuola di Gesù. Sorretti dalla testimonianza di San Francesco, non stanchiamoci di operare in questo mondo, affidato alla nostra cura, per riparare le nostre relazioni e perché da queste relazioni, aperte al dono di Dio, fiorisca la pace.
