La comunità parrocchiale di Serravalle è oggi convocata per far memoria della sua Santa Patrona, la vergine e martire Augusta. Alla comunità di Serravalle e a quelle della altre parrocchie dell’Unità Pastorale si uniscono persone e gruppi provenienti da luoghi diversi della nostra diocesi. Alcuni sono presenti qui in Duomo – gli amici del “Piccolo Rifugio”, i membri del Terz’Ordine Francescano – molti altri in questi giorni si sono portati e si porteranno come pellegrini al Santuario.
La festa di Santa Augusta sta vivacizzando il centro di Serravalle, come ho appreso anche scorrendo il fascicolo con il programma delle diverse iniziative promosse in questi giorni. È una festa religiosa e, allo stesso tempo, una festa civile: saluto i rappresentanti del Comune e delle associazioni.
Religiosa o civile, è in ogni caso una festa che ruota attorno a una persona.
Non siamo qui per celebrare “un’idea” o per riaffermare dei “valori”. Ma non siamo qui neppure per onorare una figura eroica, un leader carismatico, un trascinatore di folle, una o un influencer.
Le idee sono utili ed è certo importante avere dei valori, possibilmente autentici, ai quali fare riferimento. Non escludo che possano esserci personaggi da ammirare per qualche loro positiva caratteristica.
Le idee, però, rischiano talvolta di non fare i conti con la realtà. I valori, se ci limitiamo a evocarli a parole, hanno poco peso. L’ammirazione per questo o per quel personaggio famoso – momentaneamente famoso – può essere persino pericolosa.
Oggi noi onoriamo non un personaggio, ma una persona, una giovane donna che porta il nome di Augusta e che la storia ci consegna come testimone della fede cristiana quando ancora erano pochi in questo territorio a conoscere Gesù e a riconoscere in lui il Cristo, il Crocifisso Risorto: non solo un bravo maestro, un uomo esemplare, ma la presenza stessa di Dio come uomo tra gli uomini.
Un paio di domeniche fa, quando sono andato a presiedere la Messa al Santuario, mi è stato regalato un libretto dedicato a Santa Augusta da un illustre vittoriese, il gesuita Padre Ottavio De Bertolis, che ho avuto modo di incontrare a Roma. Il libretto contiene quattro meditazioni, la prima delle quali inizia così: «La leggenda vuole che il padre Matrucco abbia chiamato la figlia col nome di Augusta, il nome al femminile del più grande imperatore romano, proprio per orgoglio, per emulare la grandezza di Roma nel suo piccolo potere di provincia, nella propria piccola reggia di guerrieri barbari». La meditazione di Padre De Bertolis prosegue con alcune utili considerazioni sul rapporto fra genitori e figli: vi invito a procurarvi il libretto e a leggerlo.
In questo giorno di festa, mi soffermerò sul nome della nostra Santa Patrona: Augusta.
Chi conosce anche poco la storia di Roma e il passaggio dalla repubblica all’impero, sa che il nome Augusto è stato attribuito dal Senato di Roma, il 26 gennaio dell’anno 27 a.C., a Ottaviano, il figlio adottivo di Giulio Cesare, dopo la vittoria nella guerra civile.
Il titolo “Augusto”, poi diventato un nome, ha a che fare con il verbo latino augēre, che possiamo tradurre con “crescere”, “aumentare”, “elevare”. “Augusto” è uno che “è cresciuto” e, insieme, uno “che fa crescere”.
Anche della nostra Augusta possiamo dire che “è cresciuta”: è cresciuta la fama che ha attraversato i secoli, è cresciuta la sua immagine, ma ciò che ha fatto crescere Augusta è, più di ogni altra cosa, la sua fedeltà al Signore Gesù, al quale aveva deciso di dedicare la sua giovane esistenza.
Augusta “è cresciuta” ma ha anche “fatto crescere”. Mi piace pensare che abbia fatto crescere la comunità di Serravalle e che continui a farla crescere: crescere quantitativamente (ce ne sarebbe bisogno, mi pare) e soprattutto crescere come comunità desiderosa di vivere secondo i criteri del Vangelo: l’accoglienza dei piccoli e dei poveri, la mitezza, la fiducia reciproca.
Ma cosa può farci davvero crescere, come comunità e come singole persone? Da cristiano e da vescovo lo dico in poche parole: è l’ascolto della Parola di Dio che ci è trasmessa dai libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, dalla Bibbia. Fin da quando sono arrivato a Vittorio Veneto non mi sono stancato di rivolgere alla comunità diocesana l’invito a entrare in contatto personalmente e in gruppo con quanto ci è donato attraverso la Bibbia (l’ho fatto anche con la Lettera pastorale).
Pensiamo alle pagine bibliche proclamate poco fa.
Grazie a parole come quelle che abbiamo ascoltato nel brano del profeta Isaia possiamo diventare più consapevoli dell’ingiustizia che c’è nel mondo («dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati») e della possibilità di reagire all’ingiustizia attraverso scelte ben precise: «dividere il pane con l’affamato … introdurre in casa i miseri, senza tetto … vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti». Tante cose non vanno bene, ma come Augusta al suo tempo, anche oggi possiamo fare qualcosa per cambiarle in meglio.
Nel Salmo abbiamo fatto nostro il canto di una comunità che ha sperimentato la liberazione dal male: «Siamo stati liberati come un passero dal laccio dei cacciatori». È realmente possibile vivere da persone libere.
San Paolo ci spiega come è possibile fare esperienza di libertà autentica: accogliendo come degna di fede la parola che annuncia la fedeltà di Dio nei confronti delle sue creature, anche quando queste creature tendono a negare la loro e l’altrui dignità («Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso»).
Il Vangelo, infine, ci permette di scoprire qual è la via che “fa crescere”, quella che “ha fatto crescere” Augusta e che può far crescere ciascuno e ciascuna di noi e le nostre comunità: è la via di chi non vuole tenere per sé al vita, come se fosse un bene da sfruttare solo per espandere se stessi, ma quella di chi accetta di perdere la propria vita “per causa di Gesù”, scegliendo cioè di far propri, nella condizione concreta in cui si trova, gli atteggiamenti e i sentimenti di Gesù.
È un paradosso, certo: si diventa “augusti”, si cresce come persone, solo se si diminuisce. Ma in questo paradosso è contenuta la verità che ci fa vivere. Non si vive autenticamente se ci si ostina a fare di se stessi, dei propri esclusivi interessi, il centro di tutto. Si vive e si cresce solo si fa posto agli altri e se si accetta di trovare posto in un amore più grande, quello per il quale la nostra Augusta è stata disposta a dare la vita.
