C’è una parola che noi cristiani usiamo per riferirci alle relazioni buone tra persone diverse: è la parola comunione.
Sappiamo pure che la comunione – la possibilità di vivere relazioni davvero buone – è un dono.
La comunione è il dono che ci fa Chiesa, che ci tiene uniti come popolo di Dio. È la partecipazione alla vita stessa di Dio che è comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. È condivisione della fede, della speranza, della carità con quanti si riconoscono fratelli e sorelle in Cristo Gesù, come membra del suo corpo che è la Chiesa.
Dalla comunione nasce il desiderio di condividere questo dono con tutti e con tutte, con ogni persona umana ma anche, in modi diversi, con ogni creatura.
La comunione è un dono da vivere ed esprimere con lo stile che da un po’ di tempo siamo abituati a chiamare “sinodale”: una comunione che si fa missione tramite la partecipazione di tutti e di tutte.
Oggi ci è offerta la possibilità di riconoscere la bellezza del dono della comunione guardando al testimone luminoso di comunione che è – non solo “è stato” – il Beato Giovanni Paolo I.
Egli ha vissuto la comunione con Dio Padre, nel segno dell’umiltà evangelica, uno dei frutti dello Spirito Santo.
Ha vissuto la comunione con Gesù, il Maestro e la Guida.
Ha servito la comunione nella Chiesa e tra le Chiese.
Albino Luciani ha vissuto e servito la comunione tra le Chiese, in modo molto concreto, vivendo il suo ministero di presbitero, prima, e di vescovo, poi, nelle diocesi di Belluno-Feltre, Vittorio Veneto, Roma. La presenza qui dei vescovi di Belluno-Feltre e di Vittorio Veneto dice l’attualità di questa comunione di Chiese, nel contesto delle diocesi triveneto, italiane, del mondo intero.
Albino Luciani è stato vescovo di Vittorio Veneto per 11 anni, dal 1959 al 1970 e il suo ricordo in diocesi è vivo. Girando per le parrocchie ogni tanto qualcuno mi saluta dicendo: «Io sono stato cresimato, sono stata cresimata da Albino Luciani». Ci sono presbiteri diocesani che custodiscono nella memoria episodi, gesti e parole del vescovo che, in alcuni casi, li ha ordinati.
L’essere diventato papa, con il nome di Giovanni Paolo I, e l’essere proposto alla venerazione del popolo di Dio come “beato”, hanno senz’altro favorito il consolidarsi del ricordo di quello che egli fu e fece come vescovo nella prima delle tre diocesi che gli furono affidate. Ho tuttavia l’impressione – difficile ovviamente da dimostrare, ma non credo infondata – che se anche non fosse diventato papa e beato, a Vittorio Veneto si sarebbe continuato a parlare bene di lui, in particolare come del vescovo che ha saputo accompagnare con efficacia la diocesi nei primi passi del cammino aperto dal Concilio Ecumenico Vaticano II.
Va detto che gli undici anni a Vittorio Veneto sono stati tutt’altro che facili per Albino Luciani (non sono stati facili nemmeno gli anni a Venezia e, possiamo immaginare, non è stato facile il mese a Roma come papa. Del resto, quale vescovo può credere di essere destinato a svolgere il suo servizio pastorale in situazioni “facili”?).
I biografi di Luciani, riferendosi al tempo di Vittorio Veneto, non trascurano di ricordare come egli fosse ritenuto «un vescovo determinato e deciso … solitamente irremovibile nelle decisioni, incapace di cambiare un giudizio o di retrocedere da una scelta», osservando però che la maggioranza delle testimonianze rese sul suo ministero vittoriese lo tratteggiano come «un santo prete e un santo vescovo di squisita sensibilità interiore».
A Vittorio Veneto c’è una bella statua di Luciani che accoglie quanti si avvicinano alla Cattedrale, invitando quasi a entrare e a provare il “gusto spirituale” di essere popolo di Dio raccolto in preghiera. Ci sono altre sue immagini e, fra poco, dal 27 settembre, ci sarà in Cattedrale anche un luogo dedicato proprio al Beato Giovanni Paolo I, dove sarà collocata una sua reliquia.
Vorrei però concludere richiamando un’immagine di Luciani che mi guarda ogni volta che entro in casa, in Vescovado: è il ritratto dipinto dal pittore vittoriese Elio Casagrande, morto nel 2004.
Fin dall’inizio, da quando sono arrivato in diocesi, in questo ritratto del vescovo Luciani mi hanno colpito l’espressione del volto e l’intreccio delle mani. Il valente artista ha colto nel vescovo un tratto di sofferenza, quasi di angoscia, che contrasta con il sorriso con il quale, diventato Giovanni Paolo I, apparve al balcone della Basilica di San Pietro, il 26 agosto 1978, e che alcune sue fotografie e filmati tramandano fino a noi. Lo sguardo e le mani del mio predecessore, in quel ritratto, lasciano intuire come dietro quel sorriso – un vero sorriso, non una maschera – ci fosse tutta la consapevolezza della responsabilità del pastore.
Mi sa che solo la grazia di Dio, alla quale invito tutti ad affidarsi e alla quale si affida anche l’attuale successore di Luciani a Vittorio Veneto, può far sì che al peso della responsabilità faccia compagnia il sorriso.
