SAN TIZIANO, vescovo

Vescovo di Oderzo, Patrono principale della Diocesi

S. Tiziano e particolari della sua "leggenda", icona scritta da Nikla De Polo, cripta della Cattedrale, Vittorio Veneto

Nato ad Eraclea nel VI secolo
Morto a Oderzo il 16 gennaio 632

Memoria liturgica: 16 gennaio (solennità)

Secondo l’antica tradizione, san Tiziano, appartenente ad una facoltosa e distinta famiglia, nacque circa l’anno 555 d.C.: nell’isola di Melidissa, chiamata Eraclea dopo che l’imperatore d’Oriente Eraclio (610 – 641) vi fece costruire una piccola città. Nel VI secolo d.C., l’unico centro importante di tutta la zona dell’entroterra era l’antichissima città di Oderzo (Opitergium), già “Municipium” romano e sede vescovile dalla fine, forse, del IV sec. d.C.A quei tempi, dunque, l’ampio territorio sul quale oggi si estende la nostra Diocesi era quasi disabitato. Gli storici affermano che esisteva il “castrum” fortificato di Ceneda costruito dai Romani a difesa della stretta Serravalle collegata a Oderzo con una strada: ed esisteva, forse, qualche piccolo villaggio abitato da contadini dediti alla coltivazione della poca terra non coperta da boschi e acquitrini.

San Tiziano nella sua adolescenza fu inviato a Oderzo, dove era vescovo san Floriano che, ebbe cura di educare ed istruire il giovanetto. Crescendo in età, san Tiziano sentì maturare in lui la vocazione al sacerdozio, sollecitato dalla sua inclinazione a mettersi al servizio della povera gente ma anche dagli esempi del suo maestro san Floriano. Questi, a tempo debito, fu ben felice di ordinarlo diacono e poi sacerdote. In seguito, avendo dato prova di un’eccellente preparazione pastorale, a San Tiziano fu affidato l’incarico di economo e di arcidiacono della Chiesa opitergina. Nell’esercizio di queste mansioni di fiducia, trovò una nuova occasione di esercitare la carità verso i poveri che anche in quei tempi erano molti.

Avendo San Floriano rinunciato all’episcopato, desideroso di farsi missionario tra i pagani, con la speranza, per di più, di cogliere la palma del martirio, clero e popolo opitergini non trovarono nessuna persona più degna di san Tiziano a succedergli come pastore e guida. Secondo l’antica tradizione, egli fu vescovo di Oderzo per circa 25 anni. La vita cristiana della popolazione, nei secoli VII e VIII, era insidiata soprattutto da due “pericoli”: la dottrina di Ario e lo scisma da Roma detto “dei Tre Capitoli”. Contro questi errori San Tiziano ebbe a lottare strenuamente tanto che, come assicurano gli storici, la diocesi di Oderzo rimase immune da cedimenti nei riguardi dell’ortodossia.

Pure la situazione civile, a quei tempi, era profondamente sconvolta dall’invasione dei Longobardi (568 d.C.) che però non occuparono subito la città di Oderzo, la quale rimase ancora, per più di un secolo, caposaldo dell’impero bizantino delle Venezie.

Secondo la tradizione, san Tiziano, ricco di virtù e meriti, circondato dalla fama di taumaturgo, morì nell’anno circa 632 d. C. il 16 gennaio.

Fu deposto in un sepolcro distinto presso la chiesa della sua città, dove il popolo accorse subito numeroso a venerarlo come santo, riconoscendone i grandissimi meriti acquistati in vita e testimoniando i molti miracoli che si ottenevano per sua intercessione.

Gli eracleani dal canto loro non tardarono a rivendicare le reliquie, ma invano per la strenua opposizione degli opitergini. Concittadini e parenti di san Tiziano, venuti un giorno a Oderzo da Eraclea col pretesto di visitarne il sepolcro, calata la notte, trafugarono il suo corpo, lo misero in una barca ormeggiata nelle acque del fiume Monticano e cercarono di fuggire per raggiungere il fiume Livenza. Gli opitergini, accortisi ben presto dell’accaduto, si diedero ad inseguire i rapinatori e li raggiunsero nelle vicinanze del castello di Motta, dove il Monticano confluisce nel Livenza.

A questo punto entra in campo una bella leggenda tanto cara al popolo devoto di san Tiziano, e illustrata dal pittore Pomponio Amalteo in cinque splendide tavole per la cantoria dell’organo della Cattedrale (1530) conservate nel museo Diocesano d’Arte Sacra, come pure da Pino Casarini nella volta della cupola del transetto dell’attuale Cattedrale (1944).

Si narra che sulle sponde del Livenza opitergini ed eracleani si trovarono gli uni contro gli altri armati. Quando già stavano per azzuffarsi, comparve loro un vecchio misterioso che li esortò a non ricorrere alla violenza ma a lasciare piuttosto il corpo del Santo nella barca, pregando Dio affinché indicasse dove voleva che fosse portato. Poi, il vecchio disparve. La barca allora, con meraviglia di tutti, cominciò a risalire il Livenza fino ad una località detta Settimo (Portobuffolè) dove si fermò, incominciando qui il fiume ad essere poco navigabile. Il corpo fu allora deposto sulla sponda del fiume e quindi caricato su un carro trainato da buoi, avendo in animo gli opitergini di riporre il Santo nella loro città. Ma i buoi non riuscivano a smuovere il carro. Riapparve il vecchio misterioso che esortò tutti a pregare ancora il Signore, perché facesse conoscere il suo divino oracolo. Dopo un digiuno di tre giorni, una buona vedova del luogo fu mossa da una divina rivelazione ad attaccare a un carro la mucca ed il vitello che possedeva, poi a collocarvi sopra il corpo di san Tiziano e lasciare quindi che i due animali trainassero il carro per la strada voluta dal Signore. Fu così che quegli animali, fra lo stupore, le preghiere e le ovazioni della gente che intanto accorreva sempre più numerosa ad accompagnare il Santo, si diressero verso le amene colline dove sorgeva Ceneda. Secondo la leggenda, alle porte della città San Tiziano compì un grande miracolo, risanando all’improvviso una giovane donna da molto tempo gravemente ammalata. Il corpo del Santo fra l’entusiasmo di tutto un popolo fu, con tutti gli onori, collocato a Ceneda nell’antica chiesa dedicata alla Madonna Assunta.

Questi fatti sarebbero avvenuti nell’anno 652 d.C. circa, un decennio dopo la conquista di Oderzo (639 – 640) da parte di Rotari, re dei Longobardi. In realtà poco prima che Rotari occupasse Oderzo, il vescovo San Magno e una parte della popolazione si erano già messi in salvo nelle isole dell’estuario veneto. In tutto quello che era stato l’agro opitergino, al governo bizantino era subentrato quello longobardo che aveva già provveduto ad attivare l’amministrazione civile creando, nel 568 d.C., il Ducato di Ceneda. I Longobardi più tardi diedero anche vita ad una nuova sede vescovile proprio a Ceneda (fine sec. VII o inizio sec. VIII) per colmare il vuoto che, nel campo religioso, il vescovo san Magno aveva lasciato quando, abbandonata Oderzo, si era rifugiato nella laguna opitergina. Per convalidare tale loro decisione, i Longobardi provvidero a trasportare a Ceneda il corpo di san Tiziano già riconosciuto come patrono a cui erano legati, secondo la concezione di quei tempi, tradizione, diritti e privilegi dell’antica sede opitergina.

30 Marzo 2026