Il felice ricordo dei cento anni trascorsi dalla dedicazione della Cappella del Seminario ci offre la possibilità di tornare su una domanda che tanti si pongono, in questi tempi, anche nella nostra diocesi: a cosa serve il Seminario? Mi riferisco, ovviamente, non solo all’edificio o al complesso di edifici che identifichiamo con questo nome. Mi riferisco alla casa, intendendo questo termine nel senso in cui l’ho usato nella Lettera pastorale, ossia quel modo di vivere le relazioni tra le persone che fa sì che si depositino in noi “scorte di tenerezza” e che per noi “scaturiscano sogni”.
Anche il Seminario, come ogni comunità cristiana, come ogni parrocchia, è ed è chiamato ad essere sempre più «casa ospitale, capace di accogliere e di offrire una sosta, fosse anche solo per qualche momento, a chi è affaticato e oppresso, nella speranza che in questa sosta ci sia la possibilità di incontrare Gesù, mite e umile di cuore, l’unico capace di dare vero ristoro e di offrire autentica consolazione, in questa vita e oltre questa vita, nell’eternità» (Lettera pastorale, n. 5).
Se questo vale per ogni parrocchia, nel caso specifico del Seminario l’ospitalità per la quale esiste è anzitutto quella nei confronti di chi si interroga o si lascia interrogare sulla possibilità di rispondere alla chiamata al sacerdozio ministeriale, al presbiterato (rinvio, per tutto questo, alla terza parte degli Orientamenti pastorali). Il Seminario oggi esprime la cura della comunità diocesana nei confronti di coloro che sono e saranno chiamati a loro volta a prendersi cura della vita e della missione della nostra Chiesa diocesana in forza del sacramento dell’ordine.
Torno però alla domanda di partenza: a cosa serve il Seminario? Rispondo facendomi aiutare dal decreto del Concilio Vaticano II sulla formazione sacerdotale Optatam totius, in particolare dal passaggio in cui si dice che gli alunni del Seminario: «destinati a configurarsi a Cristo sacerdote per mezzo della sacra ordinazione, si abituino anche a vivere intimamente uniti a lui, come amici, in tutta la loro vita» (OT 8).
Non è questione di essere tanti o pochi, di abitare qui, a Treviso, a Sarmeola di Rubano, a Castello Roganzuolo, in parrocchia o altrove: si tratta di abituarsi a vivere con Gesù come amici. Non come amici gelosi di questa amicizia, bensì come amici desiderosi di condividerla con altri.
Questa amicizia, come “buona abitudine”, ha una storia: non è data in un istante e una volta per sempre, può anche attraversare momenti di fatica e di incertezza. È però sempre aperta a un futuro atteso e sperato.
Le parole che abbiamo ascoltato nella prima lettura, nel brano del capitolo 7 del Deuteronomio, ci offrono una chiave di lettura della storia di amicizia fra Dio e il suo popolo. Un popolo consacrato, ma non chiuso in se stesso; un popolo scelto perché amato, ma per essere testimone di un amore che non ha confini.
È un’intuizione già presente in molte pagine del Primo Testamento che riceverà piena luce nell’incontro con Gesù, nell’esperienza dell’amicizia con Gesù, il Figlio che conosce il Padre e fa conoscere il Padre come colui che ci ha amati per primo, dandoci la possibilità di corrispondere con l’amore al suo amore (cfr. 1Gv 4,10).
Questa corrispondenza d’amore ha la forma dell’amicizia, intesa come un modo di vivere le relazioni ben diverso da quello dei “complici” o dei “soci”. Lo ricordava Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti: «Coloro che sono capaci solamente di essere soci creano mondi chiusi. Che senso può avere in questo schema la persona che non appartiene alla cerchia dei soci e arriva sognando una vita migliore per sé e per la sua famiglia? L’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli. La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità. Neppure può preservarci da tanti mali che diventano sempre più globali. Ma l’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere. Inganna. Ci fa credere che tutto consiste nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune (nn. 104-105)».
Il viaggio odierno di Papa Leone XIV a Lampedusa richiama con forza la necessità di superare l’individualismo sociale e politico. Faccio notare, di passaggio, che ci sono anche individualismi religiosi, ecclesiali, pastorali che ingannano e mettono a rischio l’amicizia e la ricerca del bene comune.
Si potrebbero riprendere queste considerazioni anche alla luce di quanto Papa Leone ha scritto nell’enciclica Magnifica Humanitas, trattando del “bene comune”. Ora però vorrei solo condividere con voi la speranza che ciò che il Seminario è e rappresenta, e ciò che rappresenta la Cappella della quale celebriamo il 100° anniversario dalla dedicazione, sia riconosciuto da tutta la comunità diocesana come un “bene comune” da accogliere e custodire, con tanta gratitudine per la sua storia, per i Vescovi (da Eugenio Beccegato in poi), per gli educatori, per i benefattori, per i seminaristi che qui hanno pregato e per le loro famiglie, per i giovani della Scuola di Preghiera che qui si radunano regolarmente per imparare a pregare.
Questo “bene comune” va accolto con gratitudine e, insieme, con tanto coraggio e creatività. Gratitudine, coraggio e creatività nascono da cuori capaci di accogliere l’offerta di amicizia che viene dal Cuore di Gesù per condividerla con tante persone.
