Omelia tenuta durante la S. Messa celebrata in occasione dell’Ordinazione Diaconale di Nicola Durante, Giuseppe Prencipe, Giacomo Toffolatti

Chiesa Cattedrale, lunedì 8 dicembre 2025,
Immacolata Concezione della B.V. Maria

Ecco la serva del Signore. Pronunciando queste poche parole Maria, la vergine di Nazareth, non parla solo a titolo personale, come singolo individuo. Parla come avrebbe potuto e dovuto parlare ogni essere umano, come potrebbe e dovrebbe parlare ogni essere umano se in lui non fosse venuta meno e non venisse meno la fiducia nel suo Creatore, se non si fosse ingannato, se non si fosse lasciato ingannare e se non si lasciasse ingannare da chi vuol fargli credere che Dio è un suo avversario.

Serva del Signore è la creatura umana come Dio l’ha voluta fin dal principio. Lo diceva il vecchio catechismo, con termini fuori moda ma non privi di senso: «Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e per goderlo poi nell’altra in Paradiso».

San Paolo lo diceva con altre parole, forse più capaci di scaldare il cuore, parlando della condizione umana: Dio ci ha benedetti in Cristo; in Cristo Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità; ci ha predestinato a essere per lui figli adottivi; ci ha fatti eredi, predestinati a essere lode della sua gloria.

Conoscere, amare, servire, godere Dio – per tornare alle parole del catechismo – è la verità dell’essere umano non chiuso in se stesso.

Maria è la creatura come Dio l’ha pensata dall’eternità, non chiusa in se stessa. In Maria non c’è mai stata quella mancanza di fiducia, quella chiusura in se stessi, che chiamiamo “peccato originale”.

Noi dobbiamo fare i conti con le conseguenze della mancanza di fiducia, del sospetto nei confronti di Dio. Allo stesso tempo ci è realmente offerta la possibilità di vivere evitando di mettere noi stessi al centro delle cose, per essere liberi di servire Dio e i fratelli.

Essere “servo” sembra una condizione di inferiorità da evitare e deplorare. Eppure, nessuno può seriamente pensare di non essere “servo”. Il punto è: di chi o di che cosa siamo servi?

Maria ci mostra che essere serva e servo di Dio, del Padre del Signore Nostro Gesù Cristo, ci rende veramente liberi.

I modi in cui ciascuno è chiamato a vivere il servizio sono moltissimi. Oggi qui accogliamo la disponibilità di tre uomini a essere servi come “diaconi”.

“Servo” come “diacono”: sembra un gioco di parole dal momento che in greco, la lingua del Nuovo Testamento, “servo” si dice διάκονος (diákonos) C’è però un’altra parola greca, sempre nel Nuovo Testamento, che possiamo tradurre con “servo”: è il termine δοῦλος (dúlos).

Servo come dúlos è colui che si riconosce dipendente da un altro o da un’altra. Servo come diákonos è chi svolge una specifica funzione, chi ha un compito particolare.

Maria è “serva” nel primo senso: è δούλη (dúlē).

Questo lo siamo tutti. O meglio, tutti siamo chiamati a essere “servi” in questo senso, riconoscendo la nostra originaria dipendenza da Dio.

Ciascuno poi, nel corso della vita, scopre come concretamente mettersi a servizio, come essere “diacono”.

Nicola, Giuseppe e Giacomo diventano oggi diaconi nella Chiesa e per la Chiesa di Dio in un modo particolare, grazie al sacramento dell’ordine.

Fra poco io imporrò le mani su di loro e invocherò il dono dello Spirito Santo (sarà per me la prima volta e vivo questo momento non senza emozione). Con l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione Nicola, Giuseppe e Giacomo diventeranno ministri ordinati, intrecciando un legame particolare, un legame “sacramentale”, con il vescovo e con i presbiteri.

Essi vivranno questo ministero nel servizio della carità, nell’annuncio e nella liturgia, mostrando nel contesto sociale ed ecclesiale nel quale saranno presenti la relazione tra Vangelo annunciato e vita vissuta nell’amore, e promuovendo nella Chiesa intera una coscienza e uno stile di servizio verso tutti, specialmente i più poveri.

Il diaconato, come grado proprio e permanente dell’ordine sacro, è stato voluto dal Concilio Vaticano II, che si è concluso sessant’anni fa, proprio in questo giorno, l’8 dicembre 1965.

Il diaconato cosiddetto “permanente” è un dono del Concilio. Siamo grati al Concilio anche per questo dono.

Desidero esprimere la mia gratitudine, a nome della Chiesa diocesana, anche a Nicola, Giuseppe e Giacomo per la loro disponibilità, per aver accolto la chiamata a essere ordinati diaconi.

Ringrazio la sposa di Giuseppe, Antonella, e la sposa di Giacomo, Lucia, i figli di Giuseppe, le vostre famiglie e gli amici che vi accompagnano.

Ringrazio le comunità parrocchiali dalle quali provenite e che siete e sarete chiamati a servire, secondo il mandato che a suo tempo darò a ciascuno di voi.

Ringrazio chi ha curato più da vicino la vostra formazione: Mons. Alberto Sartori, Don Giampietro Zago, P. Daniele Piccini, la comunità dei diaconi della nostra diocesi, i docenti dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e della Scuola Diocesana di Formazione Teologica.

Il vostro diaconato è il frutto della preghiera, della testimonianza e del lavoro di tante persone. Tutte a servizio di Dio e del suo Regno.

La Vergine Immacolata accompagni con la sua intercessione materna – assieme a San Tiziano, al Beato Giovanni Paolo I e a tutti i nostri Santi Patroni – il vostro impegno nel ministero diaconale, a sostegno e incoraggiamento del servizio che tutti, in modi diversi, sono chiamati a svolgere nella Chiesa e nel mondo.

Ricordiamoci: siamo creati per conoscere, amare e servire Dio. Per conoscerlo, amarlo e servirlo nei fratelli e nelle sorelle che Dio mette sulla nostra strada.

Vittorio Veneto
08/12/2025

8 Dicembre 2025