Omelia tenuta durante la S. Messa nella Notte della Solennità del Natale del Signore

Chiesa Cattedrale, mercoledì 24 dicembre 2025

Il bambino «avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12) senza parlare, con la sua sola presenza, ci pone la stessa domanda che qualche anno più tardi, da adulto, porrà a quelli che lo seguivano sulle strade della Galilea, della Samaria, della Giudea: «Voi, chi dite che io sia?».

Chi è il bambino che oggi ci raduna nel ricordo della sua nascita?

Quale risposta posso dare io, a sette mesi dall’ordinazione e dall’inizio del ministero episcopale in questa diocesi che ho iniziato non solo ad amare ma anche a conoscere?

Quale risposta può dare chi da tanti anni partecipa a questa Messa della notte o chi è qui per la prima volta, forse per scelta, forse per caso?

Come tanti altri prima di noi, e come non pochi contemporanei, possiamo esercitarci a lungo nella ricerca della risposta da dare alla domanda che silenziosamente ci pone il bambino adagiato nella mangiatoia.

Potremmo dire: quel bambino è la raffigurazione del mito del ritorno all’infanzia; è un’immagine che ci aiuta ad affrontare la complessità del tempo presente.

Oppure: è un simbolo che ci richiama all’infanzia spirituale, all’atteggiamento di chi rinuncia a dominare la realtà e si affida alle cose come sono, senza troppo pretese.

Ancora: il bambino sulla mangiatoria è l’immagine di un nuovo inizio; un inizio possibile, incerto, fragile e minacciato come ogni inizio.

Tutte queste risposte non sono prive di senso.

Noi però siamo qui per unirci nella risposta che all’esplicita domanda «voi, chi dite che io sia?» darà Simon Pietro, il primo degli apostoli: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Riconosciamo in quel bambino colui che porta a compimento la speranza di un popolo «che camminava nelle tenebre» (Is 9,1).

Quello che è nato da Maria ed è stato deposto in una mangiatoia è un bambino, un essere umano come tutti noi e, allo stesso tempo, è «Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace», per dirla con le parole del profeta Isaia.

In lui «è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini», per dirla con l’apostolo Paolo.

Queste parole, come quelle di Simon Pietro, non esauriscono le possibili risposte alla domanda «voi, chi dite che io sia?» ma ci indicano la direzione verso la quale muoverci nella ricerca della verità su Gesù, il Cristo Signore.

Stiamo vivendo gli ultimi giorni del Giubileo che ci ha sollecitati a riconoscerci come “pellegrini nella speranza”. Questo pellegrinaggio oggi ci porta all’origine della nostra speranza, della nostra «beata speranza». L’origine e il fondamento è quel bambino, è Gesù, Figlio di Dio e figlio dell’uomo, «che ha dato se stesso per noi».

La nostra speranza non è riposta nei potenti che pretendono di risolvere i problemi con la violenza. È riposta invece in un bambino che, nella sua debolezza, trasforma la realtà, anche quella più avvolta nelle tenebre, e ci apre la via della pace.

Deposto in una mangiatoia, quel bambino si dà ora a noi come cibo, per trasformarci in lui: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo … Prendete e bevete, questo è il mio sangue …».

Accade ora quello che accade in ogni celebrazione della Messa e io mi permetto di augurare a me e a voi che il Natale ci rimotivi e ci sostenga nel desiderio di partecipare con gioia e fiducia alla celebrazione della Messa domenicale, ogni volta che ne siamo invitati, ogni volta che ne abbiamo la possibilità.

Vittorio Veneto
24/12/2025

24 Dicembre 2025