Cattedrale di Vittorio Veneto - 15 agosto 2026

Omelia nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

Ogni sera, nella preghiera dei Vespri, la Chiesa è invitata a cantare o a recitare il Magnificat, facendo proprio le parole che, secondo il racconto dell’evangelista Luca, Maria di Nazaret ha pronunciato dopo che Elisabetta, sua parente, l’ha salutata come “la benedetta fra le donne”.

Non sono solo le monache e i monaci, le religiose e i religiosi, i consacrati, i vescovi, i preti e i diaconi a celebrare quotidianamente la Liturgia delle Ore, con le Lodi al mattino e i Vespri alla sera. Ci sono anche fedeli laici, uomini e donne, che trovano il tempo per pregare con i Salmi, al mattino e alla sera. In ogni caso, chi celebra le Lodi e chi celebra i Vespri non lo fa a titolo puramente personale ma dà voce a tutta la Chiesa. Anzi, si può dire che dà voce all’intera creazione, chiamata a dar lode al suo Creatore, chiedendo che la sua bontà  continui a manifestarsi  in questo povero mondo.
È la Chiesa nel suo insieme, il popolo di Dio, che canta il Magnificat quando qualcuno, in gruppo o personalmente, celebra i Vespri.

Perché il Magnificat è inserito nella preghiera serale dei Vespri?

C’è chi ha cercato di spiegare le ragioni di questa collocazione. L’inglese Beda il Venerabile, nell’VIII secolo, ha scritto che è parso opportuno recitare il Magnificat alla sera «affinché la nostra mente, affaticata durante il giorno e dispersa in pensieri diversi, si raccolga nell’unità della contemplazione». Un insegnamento non privo di attualità, se pensiamo al disagio con il quale molti adolescenti e giovani, ma non solo loro, “affaticati e dispersi” dall’uso di dispositivi digitali fino a tarda notte, vivono il passaggio dall’attività al riposo.

Nel XIII secolo, il teologo, poi vescovo, Guglielmo Durante, un francese, spiegava che il canto del Magnificat è adatto alla sera perché alcuni eventi fondamentali della storia della salvezza si collocano proprio “all’ora vespertina”: la morte di Cristo, l’Ultima Cena, l’incontro con i discepoli di Emmaus, oltre che, secondo la tradizione, l’annuncio dell’angelo a Maria, l’incarnazione del Figlio di Dio.

Più recentemente, in un discorso del 2009, Papa Benedetto XVI disse che il Magnificat «è diventato il canto quotidiano della Chiesa, proprio nell’ora dei Vespri, l’ora che invita a meditare sul significato della vita e della storia».
Il significato della vita e della storia – lo sappiano per la fede che ci è stata donata – è rivelato in Gesù Cristo, «risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti». Il Magnificat è un canto che presuppone la vittoria di Cristo sulla morte: in essa Dio ha mantenuto le sue promesse e ha manifestato la sua misericordia. Lo ha fatto in un modo paradossale, andando cioè contro la logica che sembra dominare la storia, la logica del “vinca il più forte” o “vinca il più furbo”. No: Dio entra nella storia disperdendo i superbi, rovesciando i potenti dai troni, rimandando i ricchi a mani vuote.

Il Magnificat è anche il canto della sera della vita di Maria, del compimento del suo pellegrinaggio terreno, del suo cammino nella fede. Accolta nella gloria di Dio in anima e corpo, con tutta la sua storia e la sua persona, Maria esulta in Dio e proclama le grandi cose che in lei ha compiuto l’Onnipotente, il Dio tre volte santo, grande nell’amore.
Come popolo di Dio ci uniamo all’esultanza di Maria. Sappiamo bene che nel mondo ci sono potenti che credono di poter agire solo per affermare se stessi e per espandere superbamente il proprio ego. Pregare con il Magnificat ci insegna a guardare oltre e a riconoscere i segni di una storia diversa, nella quale le persone sono riconosciute per la loro dignità di persone, non semplicemente per le loro prestazioni, le loro capacità o i loro meriti.

La preghiera, anche la preghiera del Magnificat alla sera, è esercizio di uno sguardo di fede, quello sguardo che ci unisce come membra del Corpo di Cristo, del Popolo di Dio.
Per questo motivo, negli Orientamenti pastorali che ho consegnato alla diocesi assieme alla Lettera pastorale, lo scorso 23 maggio, la preghiera è indicata come il primo ambito di azione pastorale al quale fare attenzione per corrispondere con le nostre azioni al dono di Dio.

Il riferimento alla preghiera richiama anche il nostro celebrare, che coinvolge gesti, canti, parole e anche spazi.
Oggi è la prima volta che presiedo le celebrazioni in Cattedrale con la cattedra del Vescovo collocata lungo la navata centrale. Se la cattedra è stata spostata dal centro al lato non è solo per amore di novità o per essere più vicino all’assemblea. La scelta è legata al fatto che al centro della nostra attenzione, al momento della celebrazione e non solo, dovrebbero stare l’altare e l’ambone, segni l’uno e l’altro del Cristo che dona se stesso nell’Eucaristia (ecco l’altare) e che proclama la vittoria della vita sulla morte (ecco l’ambone). Non la cattedra del vescovo al centro, quindi, ma l’altare e, a fianco dell’altare, l’ambone.
L’attuale collocazione, lo sappiamo, non è definitiva. Sarebbe bello pensare a una sistemazione più stabile di altare, ambone e cattedra. Chissà che per il 1400° anniversario della morte di San Tiziano, nel 2032, non sia possibile arrivare alla sistemazione degli spazi della celebrazione in Cattedrale, o almeno avviarla.
Per ora, lo spostamento della cattedra ci permette, fra l’altro, di rivolgere più direttamente lo sguardo al dipinto novecentesco, opera del pittore mestrino Alessandro Pomi, che sta in fondo all’abside della nostra Cattedrale. Vediamo qui l’immagine di Maria accolta nella gloria di Dio e incoronata dal Figlio come regina del cielo e della terra: anche questa immagine, come la preghiera del Magnificat, ci aiuti a esercitare lo sguardo di fede sulla realtà, a impegnarci nel bene, a proseguire il nostro cammino nella speranza e nell’amore.

 

Abisde Cattedrale
Abisde Cattedrale

16 Agosto 2026